Pur di rivendicare qualche passo avanti verso la pace in Ucraina, gli Stati Uniti presentano come un successo il semplice fatto che, per la prima volta, ad Abu Dhabi, si tengano colloqui trilaterali tra funzionari russi, ucraini e americani. Finora le tre delegazioni non si erano mai sedute allo stesso tavolo: russi e ucraini avevano tenuto negoziati bilaterali a Istanbul o con gli Usa a fare la spola. Il cambio di formato del negoziato non è però che una tecnicalità. Forma, non sostanza. Sul tavolo restano diversi nodi, a partire dall’insormontabile “questione territoriale”. Le posizioni sono sempre le stesse. Inconciliabili. La Russia rivendica i territori ucraini che ha annesso unilateralmente, ma non controlla del tutto; l’Ucraina si rifiuta di cederli.
Le due parti non si fanno illusioni. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky lo ha ribadito anche ieri mattina: «La questione del Donbass è fondamentale. La cosa più importante è che la Russia sia pronta a porre fine a questa…
Pur di rivendicare qualche passo avanti verso la pace in Ucraina, gli Stati Uniti presentano come un successo il semplice fatto che, per la prima volta, ad Abu Dhabi, si tengano colloqui trilaterali tra funzionari russi, ucraini e americani. Finora le tre delegazioni non si erano mai sedute allo stesso tavolo: russi e ucraini avevano tenuto negoziati bilaterali a Istanbul o con gli Usa a fare la spola. Il cambio di formato del negoziato non è però che una tecnicalità. Forma, non sostanza. Sul tavolo restano diversi nodi, a partire dall’insormontabile “questione territoriale”. Le posizioni sono sempre le stesse. Inconciliabili. La Russia rivendica i territori ucraini che ha annesso unilateralmente, ma non controlla del tutto; l’Ucraina si rifiuta di cederli.
Le due parti non si fanno illusioni. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky lo ha ribadito anche ieri mattina: «La questione del Donbass è fondamentale. La cosa più importante è che la Russia sia pronta a porre fine a questa guerra, che ha iniziato». Mentre il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha ripetuto che «le forze armate ucraine devono lasciare il Donbass. Devono ritirarsi. È una condizione molto importante. Senza una risoluzione della questione territoriale, è inutile sperare in un accordo a lungo termine». L’obiettivo minimo di Mosca è riassunto in quella che Peskov, senza elaborare, chiama «formula Anchorage» perché sarebbe stata concordata tra Donald Trump e Vladimir Putin lo scorso agosto in Alaska. Stando alle ricostruzioni dei media, prevederebbe la cessione a Mosca dell’intero Donbass, compreso il 25% della regione di Donetsk ancora sotto controllo ucraino, vale a dire 5mila km quadrati, incluse le “città-fortezza” di Slovjansk e Kramatorsk, in cambio del congelamento dell’attuale linea del fronte nelle regioni di Zaporizhzhia e Kherson.
A cercare di sbrogliare la matassa, negli Emirati Arabi Uniti Kiev ha mandato una delegazione di peso: il segretario del Consiglio di Sicurezza Rustem Umerov, il capo dell’ufficio presidenziale Kyrylo Budanov e il suo vice Serhiy Kyslytsia, il capo del partito al governo David Arakhamia e il capo di stato maggiore delle forze armate Andriy Gnatov. La Russia, invece, ha delegato l’ammiraglio Igor Kostjukov, capo dell’intelligence militare Gru, accompagnato da ignoti funzionari della Difesa. A rappresentare gli Usa ci sono, invece, l’inviato Steve Witkoff e il genero di Trump Jared Kushner, reduci da una maratona notturna di colloqui con Putin a Mosca, insieme al segretario dell’Esercito Dan Driscoll e al generale a capo delle forze Nato Alexus Grynkewich.
Ieri, a detta di Umerov, l’incontro si sarebbe «concentrato sui parametri» per porre fine al conflitto e «sui logici passi successivi» verso una «pace dignitosa e duratura». Il Cremlino, invece, ha alluso a discussioni su «questioni di sicurezza». Ulteriori colloqui a tre, in ogni caso, sono previsti oggi.
Kiev e Mosca, intanto, continuano il tiro alla fune per portare Trump dalla propria parte. All’indomani del bilaterale di Davos, Zelensky ha annunciato di avergli strappato la fornitura di munizioni per il sistema di difesa aerea Patriot. Mosca, invece, sta cercando di sfruttare la partita ucraina per giocarne un’altra parallela, tutta economica, a tu per tu con gli Stati Uniti. Non a caso ad Abu Dhabi ha mandato anche il capo del fondo sovrano e inviato per gli investimenti esteri Kirill Dmitriev con l’incarico di discutere di “dossier economici” con Witkoff. Sul tavolo potrebbero esserci anche i 5 miliardi di dollari di asset russi congelati negli Stati Uniti. Con un colpo da maestro, Putin ha proposto di stanziarne un miliardo per Gaza e il resto per la ricostruzione ucraina, a patto, ovviamente, che Washington li scongeli. Peccato che si tratti di briciole rispetto ai 185 miliardi di euro congelati in Europa. Tanto che Zelensky ha definito la trovata putiniana «un’assurdità».