È un’arma a doppio taglio. È l’estrema difesa contro il sopruso. È la causa di un’offesa ancor più violenta. Chi lo impugna può essere attaccato e perfino ammazzato. Chi lo impugna può dimostrare, per chi vuole vedere e sapere, come qualcun altro è stato attaccato e perfino ammazzato. È un cellulare. Oppure è una pistola? O un coltello? Un portafogli? È davanti ai vostri occhi, non è più un segreto, puoi essere ucciso soltanto perché vivi nella tua pelle americana. Con 10 colpi a Minneapolis due giorni fa (Alex Jeff Pretti), con 41 a New York il 4 febbraio del 1999 (Amadou Bailo Diallo). Poi ci scriveranno canzoni, ci faranno film, le ascolteremo e li guarderemo con il cellulare, perché è lì che tutto comincia e tutto sta finendo.
Nel tempo della grande mutazione americana le strade sono diventate campi di battaglia, non soltanto fra armati e inermi, ma anche tra la verità ufficiale del potere e quella ostinata e contraria dei sottomessi. Nel tragico laboratorio di Minneapolis agenti …
È un’arma a doppio taglio. È l’estrema difesa contro il sopruso. È la causa di un’offesa ancor più violenta. Chi lo impugna può essere attaccato e perfino ammazzato. Chi lo impugna può dimostrare, per chi vuole vedere e sapere, come qualcun altro è stato attaccato e perfino ammazzato. È un cellulare. Oppure è una pistola? O un coltello? Un portafogli? È davanti ai vostri occhi, non è più un segreto, puoi essere ucciso soltanto perché vivi nella tua pelle americana. Con 10 colpi a Minneapolis due giorni fa (Alex Jeff Pretti), con 41 a New York il 4 febbraio del 1999 (Amadou Bailo Diallo). Poi ci scriveranno canzoni, ci faranno film, le ascolteremo e li guarderemo con il cellulare, perché è lì che tutto comincia e tutto sta finendo.
Nel tempo della grande mutazione americana le strade sono diventate campi di battaglia, non soltanto fra armati e inermi, ma anche tra la verità ufficiale del potere e quella ostinata e contraria dei sottomessi. Nel tragico laboratorio di Minneapolis agenti equipaggiati e mascherati fanno quel che i loro comandanti definiscono “patriottico dovere”. Accadono cose, spariscono persone, servono prove. La resistenza è passiva e non potrebbe essere altrimenti. Non c’è una guerra civile negli Stati Uniti e difficilmente ci sarà mai: esiste una sproporzione incolmabile tra un fucile e un telefonino. Si diffonde un senso di ineluttabilità verso lo tsunami che sta travolgendo principi dati purtroppo per scontati.
Non potendo evitare l’aggressione, non resta che documentarla per scongiurare almeno che venga giustificata. Di qui gli individui che fotografano e filmano quel che succede quando le pattuglie entrano in azione. Non possono fermarle, possono accusarle. Il presente è inarrestabile, si agisce a futura memoria. Uno, cento, mille Zapruder. Abraham Zapruder è il sarto di origini ucraine che la mattina del 22 novembre 1963 a Dallas si appostò con la sua cinepresa 8 millimetri per filmare il passaggio del corteo presidenziale e colse il momento dell’omicidio di John Kennedy. Guardando quella pellicola è difficile sostenere che gli spari non provengano da due direzioni, eppure la verità ufficiale, anche dopo l’inutile desecretazione di montagne di carte, avalla ancora la tesi dell’unico cecchino, lo stralunato Lee Harvey Oswald. Perché così si vuole.
In modo analogo le immagini riprese dai cellulari vengono classificate a seconda dell’inclinazione ideologica. È un bambino arrestato. È un’esca per i terroristi. È infanzia abbandonata. Alex Jeff Pretty aveva il cellulare e stava riprendendo l’inseguimento di due persone quando è stato assalito. Non era oggetto dell’azione di polizia, lo è diventato perché la stava documentando. Se quell’azione era davvero patriottica e soprattutto legittima, perché il suo atto costituiva un problema? Come in una catena, l’aggressione all’uomo con il cellulare viene filmata da una donna, a sua volta con il cellulare.
Anche queste immagini, come quelle di Zapruder, sono autoesplicative. Eppure la versione ufficiale è diversa: non era un cellulare, era una pistola, eccola. Non importa se una mano stringeva il telefonino e l’altra riparava il volto. Non conta che, se anche l’uomo avesse avuto una pistola, come suo diritto ritenuto sacro dalla maggioranza del Paese, non l’abbia estratta. Era pericoloso. Era armato. Era un terrorista. Per controbattere occorre una sorta di Var mediatico, un’esposizione fotogramma per fotogramma di quel video. E ancora non basta.
Nel febbraio 1999, Amadou Bailo Diallo, 23 anni, studente, originario della Guinea, incrociò 4 poliziotti che cercavano uno stupratore. Estrasse il portafogli per esibire una prova d’identità e fu crivellato: 41 colpi di cui 19 a segno. Nel processo i 4 agenti furono assolti dalle accuse di omicidio e, perfino, di comportamento pericoloso. Un drammatico equivoco, si disse. Nessun cellulare aveva filmato l’accaduto, ma niente sarebbe cambiato: l’interpretazione avrebbe prevalso sulla realtà. Ora che esiste un filmato ci si sbarazza della sua evidenza: la verità non è discutibile, è superflua.
Le vittime di Minneapolis, Renée Good e Alex Pretti, non erano in apparenza i bersagli diretti dell’operazione speciale condotte in Minnesota. Non erano immigrati o pregiudicati. Erano indigeni, bianchi, regolari. Erano quelli che non dovevano mettersi in mezzo, proteggere, filmare. Che il video della loro fine viaggi pure via WhatsApp su migliaia di schermi. Il cellulare è il mezzo, quell’azione spietata e impunita è il messaggio. Quando era solo un candidato alla Casa Bianca l’attuale presidente degli Stati Uniti democraticamente eletto disse: «Potrei sparare a uno sulla Quinta Strada e non perdere nemmeno un voto». Sembrò una follia, era una profezia, l’annuncio di dieci e chissà quanti colpi ancora sulla pelle americana.