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“Stavano per spararmi, salvata da uno sconosciuto”: il racconto di una manifestante in Iran

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Shohreh, 32 anni, era in piazza a Karaj la sera dell’8 gennaio: “Ho visto un anziano tremare a terra, a un certo punto ha smesso di muoversi. A un ragazzo hanno sparato un colpo al petto”
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Venti minuti di grida, spari, sangue, corpi a terra, feriti che cercano la fuga, adrenalina, paura, lo choc di sentire per la prima volta colpi di mitragliatrice: “erano lì per ucciderci, e hanno quasi ucciso anche me”. La sera dell’8 gennaio Shohreh, 32 anni, psicologa iraniana, era in strada a Karaj, nella via principale del quartiere di Gohardasht. Le proteste iniziate a fine dicembre con la chiusura dei negozi nel bazar di Teheran erano cresciute e si erano allargate e decine di città e classi sociali. In piazza c’erano tutti: “I miei colleghi e ragazzini di 14 anni, lavoratori, studenti, casalinghe”, ci racconta al sicuro in una città europea, scappata dall’Iran con un lungo viaggio attraverso la Turchia. “Hanno ucciso un fiume di persone in due giorni, Khamenei è un assassino”. La rabbia di Shohreh si mescola alle lacrime, il desiderio di vendetta alla rassegnazione.

“Il piano iniziale era di smettere di comprare cose, chiudere i negozi. Poi il signor Pahlavi ha cercato di appr…

Venti minuti di grida, spari, sangue, corpi a terra, feriti che cercano la fuga, adrenalina, paura, lo choc di sentire per la prima volta colpi di mitragliatrice: “erano lì per ucciderci, e hanno quasi ucciso anche me”. La sera dell’8 gennaio Shohreh, 32 anni, psicologa iraniana, era in strada a Karaj, nella via principale del quartiere di Gohardasht. Le proteste iniziate a fine dicembre con la chiusura dei negozi nel bazar di Teheran erano cresciute e si erano allargate e decine di città e classi sociali. In piazza c’erano tutti: “I miei colleghi e ragazzini di 14 anni, lavoratori, studenti, casalinghe”, ci racconta al sicuro in una città europea, scappata dall’Iran con un lungo viaggio attraverso la Turchia. “Hanno ucciso un fiume di persone in due giorni, Khamenei è un assassino”. La rabbia di Shohreh si mescola alle lacrime, il desiderio di vendetta alla rassegnazione.

“Il piano iniziale era di smettere di comprare cose, chiudere i negozi. Poi il signor Pahlavi ha cercato di approfittare del caos e ha chiesto a tutti gli iraniani di uscire e gridare il suo nome. Lo abbiamo fatto. Non sapevamo che ci avrebbero sparato. Sono uscita alle 19:00. Mentre camminavo, all'improvviso qualcuno ha urlato e dopo 5 secondi i poliziotti hanno iniziato a sparare”. Sulle prime, pensava che fosse una finzione, il caos irrazionale della folla, una specie di allucinazione collettiva: nessuno credeva che li avrebbero davvero colpiti, a freddo.

“Le persone erano fiere di marciare contro la Repubblica islamica, ma a un certo punto la folla ha iniziato a correre, mi sono fermata vicino a un negozio e 5 poliziotti si sono avvicinati a me dicendo l’uno all’altro: "Spara, spara, spara". Uno di loro ha cercato di estrarre la pistola, ma un uomo sconosciuto mi ha tirato via e mi ha salvato la pelle”. Alle 7:30 non c'era più ossigeno per respirare, l’aria satura di lacrimogeni. “Ho visto un ragazzino che cantava "Javid Shah" (viva lo Shah, ndr) e gli hanno sparato un colpo al petto. Sono corsa in un piccolo vicolo ma i gas lacrimogeni oscuravano la visuale, non riuscivo a vedere cosa mi aspettava. C'erano circa 30 poliziotti in motocicletta in ogni vicolo e grandi autobus per arrestare le persone. Ho corso, respirando a fatica, per fortuna sapevo come muovermi perché quella è la mia zona, casa mia era vicina. Ho visto un vecchio tremare sul pavimento e due poliziotti ridevano di lui finché non ha smesso di muoversi: li ho sentiti dire "lasciatelo morire e poi lo portiamo al centro"”.

I giorni del terrore hanno lasciato migliaia di corpi a terra in tutto l’Iran, nessuno sa ancora con certezza l’estensione del massacro. L’ong Human Rights Activists ha identificato finora 6.100 vittime, e sta lavorando su altre 17mila segnalazioni. Il governo iraniano ha fissato in 3.100 il bilancio dei morti, 2.400 tra civili e forze dell’ordine, il resto “terroristi” secondo Teheran.

Diverse inchieste di stampa hanno confermato che l’ordine di uccidere è arrivato direttamente dal vertice della Repubblica islamica di fronte a un movimento che per estensione e composizione ne sfidava la tenuta dalle fondamenta. Le autorità iraniane hanno giustificato l’uso della violenza su larga scala, quello che Amnesty international ha definito “un massacro orchestrato dallo stato”, sostenendo che i cortei fossero manovrati da agenti stranieri al soldo di potenze come gli Stati Uniti e Israele. Durante le proteste ci sono stati episodi di violenza, assalti a moschee, banche, negozi. Almeno 150 agenti di sicurezza sono stati uccisi, ma, dice Shohreh, “la stragrande maggioranza delle persone era pacifica, erano centinaia di migliaia, non ho mai visto una cosa così”. Il sistema ha temuto per la sua sopravvivenza.

La donna racconta anche un dettaglio: “Credo che il tizio che mi ha aiutato fosse un agente sotto copertura perché era molto calmo mentre tutti gli altri urlavano e scappavano. Gli ho chiesto se fosse uno di loro e ha riso. Le forze erano lì per uccidere, solo per uccidere e arrestare, aggressivi e animaleschi”. E cosa resta adesso? Pahlavi, dice Shohreh, è stato più un catalizzatore, un nome da urlare anti-sistema, che un vero leader. “Il popolo iraniano ha bisogno di un cambio di regime, ma non con l'aiuto di Trump e un’invasione. Abbiamo bisogno che le nostre forze armate tornino a fianco della popolazione, che s uniscano a noi e ci riusciremo”.

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