Esattamente un anno dopo essersi preso quel tempio della cultura nel cuore di Washington che è il John F. Kennedy Center for the Performing Arts - facendosi nominare presidente del Consiglio d’Amministrazione e poi ribattezzandolo aggiungendo il suo nome - Donald Trump ne annuncia ora la chiusura per restauri. Porte chiuse per almeno due anni, dunque, per il centro inaugurato nel 1971, frutto di un’idea risalente al 1933 dell’ex First Lady Eleanor Roosevelt; ma la cui prima pietra fu posta dall’ex presidente Lyndon Johnson solo nel 1964, un anno dopo l’assassinio di quel Jfk che appunto onora.
Ufficialmente, il centro specializzato in arti dello spettacolo – teatro, danza, musica – che fino all’avvento di Trump era considerato il più attivo centro culturale d’America, si ferma il prossimo 4 Luglio, data in cui iniziano i festeggiamenti per i 250 anni del Paese, «per rinascere più bello e più moderno di prima», come ha scritto il presidente via social. Ma il sospetto è che a determinare lo stop siano il crollo delle vendite e le numerosissime cancellazioni da parte degli artisti, che mal hanno tollerato l’aggiunta del nome Trump prima di quello di Kennedy deciso dal consiglio di amministrazione scelto personalmente dal presidente.
«Questa importante decisione, basata sul contributo di molti esperti di alto livello, mi ha convinto della necessità di trasformare un centro culturale stanco, in cattive condizioni sia finanziarie che strutturali da anni, in un vero bastione di arte, musica e intrattenimento di livello mondiale, di gran lunga migliore di quanto sia mai stato prima», ha scritto The Donald. Aggiungendo pure che i soldi per farlo ci sono: «Il finanziamento è già pienamente garantito», ha scritto, senza però fornire dettagli su come verrà finanziato il progetto, chi lo curerà e quanto costerà. Né ha dato indicazioni sulla sorte dei 2500 impiegati di quell’istituzione: che domenica mattina hanno scoperto via social il piano di ristrutturazione biennale.
L’annuncio ha fatto infuriare diversi membri della famiglia di Jfk. Il nipote Joe Kennedy III, ex deputato democratico, ha scritto su X: «Il mio prozio, il presidente Kennedy, c’insegnò che non sono gli edifici a definire la grandezza di una nazione. Ma le azioni del suo popolo e dei suoi leader». Anche un’altra celebre nipote, Maria Shriver, ha scritto su X la “traduzione” – sarcastica, s’intende - dell'annuncio di Trump: «Se il cambio di nome non piace agli artisti, è meglio tirar giù l’intero edificio e ricostruirne uno che si chiami fin dall’inizio come me, così nessuno cancellerà le sue performance a causa del cambio di nome...».
Secondo Cnn, che ha parlato con una fonte interna alla Casa Bianca, il boicottaggio degli artisti stava effettivamente diventando insostenibile. La chiusura, insomma, serve principalmente ad arginare l'emorragia finanziaria di un’istituzione ormai reietta, evitata dal pubblico e dagli artisti. La decisione più recente e clamorosa, è stata una settimana fa – nel pieno delle proteste di Minneapolis - quella presa dal compositore pluripremiato Philip Glass, che a metà giugno avrebbe dovuto debuttare lì con la prima mondiale della sua sinfonia dedicata alla figura di Abraham Lincoln e ha invece ha deciso di cancellarla: «I valori oggi espressi dal Center sono opposti a quelli evocati dalla mia sinfonia».
L’emorragia di artisti va avanti da un anno: ancor prima che il centro cambiasse nome lo scorso dicembre, la scalata di Trump e i suoi al consiglio d’amministrazione aveva già convinto artisti come la soprano Renée Fleming e la sceneggiatrice Shonda Rhimes a dimettersi dai loro ruoli dirigenziali. Jeffrey Seller, produttore del celebre musical Hamilton scritto da Lin-Manuel Miranda – vero inno all’America costruita dai migranti - ha annullato gli spettacoli previsti. E i cambiamenti imposti non sono stati graditi nemmeno ai dipendenti, che hanno descritto pressioni politiche e un cambiamento radicale di valori da esprimere nelle opere. Qui Trump ha d’altronde ospitato il Kennedy Center Honors, assegnando premi a persone a lui gradite: Sylvester Stallone e la rock band dei Kiss. La scorsa settimana, il centro ha ospitato pure la première del documentario dedicato alla First Lady e intitolato col nome di lei, “Melania” facendo sfilare sul tappeto rosso una processione di amici e alleati.
Il “rinnovo” del Kennedy Center non è certo il primo sforzo di Trump per lasciare una sua impronta estetica nella capitale Washington. Finora ha già cementificato il Roseto della Casa Bianca per creare un patio in stile Mar-a-Lago. Ha demolito la storica East Wing della Casa Bianca per far posto a un'enorme sala da ballo non ancora terminata. E ora ha anche annunciato il progetto di un gigantesco arco di trionfo per commemorare il 250° anniversario del Paese: e naturalmente, se stesso.