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Strage di minatori in Ucraina: 15 uccisi dai droni russi durante la tregua

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Colpito anche un ospedale a Zaporizhzhia. Zelensky: “Un crimine”. Slittano a mercoledì le trattative in programma ad Abu Dhabi
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KIEV – Un ospedale, una miniera. Doveva essere una domenica di negoziati di pace, ma i russi l’hanno trasformata in una giornata di sangue civile. Prima una strage sfiorata nel reparto maternità di un policlinico di Zaporizhzhia, dove hanno ferito sei persone tra cui due pazienti. Poi una strage orrenda di uomini che facevano il lavoro più duro che esista, sporco come il carbone che estraevano dalla terra. Un lavoro insalubre, pericoloso anche quando non sei in un Paese in guerra, figuriamoci nell’est dell’Ucraina. I russi li hanno uccisi con un attacco multiplo, 4 droni esplosi tra la miniera e il pullman su cui stavano per rientrare a casa. Il bilancio diventa più spaventoso di ora in ora: almeno 16 morti, e altrettanti feriti.

Lavoravano nella miniera di carbone della compagnia DTEK Pavlogradvugillya a Ternivka, già attaccata in passato dai russi che avevano ucciso due minatori anche a dicembre. Il gruppo più numeroso era appena salito sul pullman di linea che ogni giorno riporta …

KIEV – Un ospedale, una miniera. Doveva essere una domenica di negoziati di pace, ma i russi l’hanno trasformata in una giornata di sangue civile. Prima una strage sfiorata nel reparto maternità di un policlinico di Zaporizhzhia, dove hanno ferito sei persone tra cui due pazienti. Poi una strage orrenda di uomini che facevano il lavoro più duro che esista, sporco come il carbone che estraevano dalla terra. Un lavoro insalubre, pericoloso anche quando non sei in un Paese in guerra, figuriamoci nell’est dell’Ucraina. I russi li hanno uccisi con un attacco multiplo, 4 droni esplosi tra la miniera e il pullman su cui stavano per rientrare a casa. Il bilancio diventa più spaventoso di ora in ora: almeno 16 morti, e altrettanti feriti.

Lavoravano nella miniera di carbone della compagnia DTEK Pavlogradvugillya a Ternivka, già attaccata in passato dai russi che avevano ucciso due minatori anche a dicembre. Il gruppo più numeroso era appena salito sul pullman di linea che ogni giorno riporta i lavoratori a Pavlograd, a una ventina di chilometri da lì: è l’ultima città ucraina della regione di Dnipropetrovsk prima di entrare nel Donbass. È un asse stradale e ferroviario strategico, connette Dnipro con Pokrovsk, oggi occupata; e quando le linee erano percorribili, con tutto il Donbass ucraino. Da quando Pokrovsk finì sotto tiro, Pavlograd è diventata il terminal del Donbass, il luogo in cui si raccolgono e si distribuiscono i profughi, e quello in cui arrivano i soldati e tornano i reduci.

È uno snodo logistico cruciale, civile e industriale e anche militare. Ed è alla logistica che sono tornati a mirare i russi quando hanno fermato gli attacchi all’energia. Il primo drone ha sfiorato il pullman, esplodendogli accanto e facendolo finire contro una recinzione. Secondo la Difesa ucraina, quando i feriti sono scesi un secondo drone li ha massacrati. Altri due droni avrebbero colpito strutture della miniera Ternivska: «Anche lì ci sono molti feriti, l’impatto è avvenuto all’ingresso mentre i minatori uscivano», scrive un testimone su un canale Telegram locale.

«L’attacco russo di oggi è un crimine clamoroso, dimostra ancora una volta che la Russia è responsabile dell’escalation. Il male deve cessare», dice il presidente Zelensky senza per questo arretrare sul fronte del negoziato: «Ho programmato un incontro per preparare tutto». Già stasera, dice, «la squadra sarà in viaggio verso i negoziati che si terranno negli Emirati mercoledì e giovedì». «Molti leader di diversi Paesi sostengono l’Ucraina, ci coordiniamo ogni giorno. A febbraio la nostra agenda politica estera sarà molto serrata», spiega avvertendo che «molto dipenderà da cosa farà la parte americana per garantire che le persone abbiano fiducia sia nel processo che nei risultati». È un monito a garantire un clima adeguato, perché ogni strage è uno shock che può far deragliare i negoziati.

È il principio in base al quale dopo gli ultimi attacchi devastanti alle centrali dei primi venti giorni di gennaio Zelensky non aveva accusato Putin e la Russia di terrorismo, ma li aveva denunciati come una prova che la Russia non avesse serie intenzioni di negoziare. Così aveva portato Trump a chiedere a Putin una tregua energetica mentre il gelo devastava l’Ucraina, rimasta al buio e spesso senza acqua né riscaldamento. La tregua energetica, varata senza accordi diretti tra russi e ucraini, era certamente in vigore fino a ieri, lo aveva confermato il portavoce del Cremlino. Da domani, chissà.

I canali di monitoraggio ucraini dicono che Mosca potrebbe tornare ad attaccare tra un paio di giorni, alla vigilia della ripresa negoziale. Non c’è nulla di scritto, ma pare lo stesso copione dei giorni scorsi, quando il Cremlino poneva la fine della tregua ieri in coincidenza del negoziato previsto ad Abu Dhabi, poi slittato a mercoledì per il groviglio di crisi internazionali coincidenti. E ora, nuovamente, riecco la spada di Damocle della presunta fine della tregua proprio mercoledì, con il nuovo round di negoziati al via. Mosca la usa come arma di pressione, sapendo che se la usasse davvero sarebbe un disastro umanitario per Kiev. La capitale ucraina è alle prese in questi giorni con un gelo siberiano, le temperature sfiorano i -30° e 234 condomìni sono senza riscaldamento. migliaia di altri hanno la pressione dell’acqua ridotta e la luce razionata che va e viene.

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