✕

“Il 17 febbraio si parla di Donbass”. Da Zelensky sì ai negoziati ma smentito il voto a maggio

Ascolta l'audio

Il prossimo appuntamento di Washington non ancora confermato da Mosca. Kiev: senza cessate il fuoco non ci saranno elezioni
2 minuti di lettura

LEOPOLI – Le speranze di pace ripartono dagli Stati Uniti, e puntano sul nodo del Donbass. La settimana prossima, dice il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il 17 o il 18 febbraio, è previsto negli Stati Uniti il terzo round dei colloqui trilaterali; anche se la parte russa, sostiene, non ha ancora confermato. Il tema, stavolta, non saranno gli elementi collaterali di un accordo ancora lontanissimo nei capitoli più divisivi. Sarà il punto più difficile da risolvere in assoluto: il destino del Donbass e dei suoi abitanti, dilaniati da un conflitto che va avanti da quindici anni. Non dal 2024, con l’invasione russa, ma dal 2014, con la contro-ribellione dei separatisti alla rivoluzione di Euromaidan che aveva cacciato il presidente Yanukovich.

Si discuterà della proposta di soluzione americana, spiega Zelensky: creare in quella zona contesa del Donbass una zona franca che funzioni da cuscinetto. «Ma nessuna delle due parti è interessata all’idea di una zona economica libera, né…

LEOPOLI – Le speranze di pace ripartono dagli Stati Uniti, e puntano sul nodo del Donbass. La settimana prossima, dice il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il 17 o il 18 febbraio, è previsto negli Stati Uniti il terzo round dei colloqui trilaterali; anche se la parte russa, sostiene, non ha ancora confermato. Il tema, stavolta, non saranno gli elementi collaterali di un accordo ancora lontanissimo nei capitoli più divisivi. Sarà il punto più difficile da risolvere in assoluto: il destino del Donbass e dei suoi abitanti, dilaniati da un conflitto che va avanti da quindici anni. Non dal 2024, con l’invasione russa, ma dal 2014, con la contro-ribellione dei separatisti alla rivoluzione di Euromaidan che aveva cacciato il presidente Yanukovich.

Si discuterà della proposta di soluzione americana, spiega Zelensky: creare in quella zona contesa del Donbass una zona franca che funzioni da cuscinetto. «Ma nessuna delle due parti è interessata all’idea di una zona economica libera, né i russi né noi. Abbiamo opinioni diverse al riguardo, ma gli accordi erano di tornare al prossimo incontro con una visione di come potrebbe essere», spiega ai giornali ucraini. Chi la controllerebbe? È su questo punto che l’architrave, così com’è, non regge: «Se è il nostro territorio, ed è il nostro territorio, allora il Paese che lo possiede dovrebbe governarlo», dice Zelensky. Mosca, è noto, ha opinioni diverse.

Si è anche parlato molto di elezioni, ieri in Ucraina, perché sono rimbalzate come una piccola bomba le indiscrezioni del Financial Times secondo cui Zelensky avrebbe finito per cedere agli americani sul voto, accettando di tenerlo il 15 maggio e di annunciarlo il 24 febbraio, a quattro anni esatti dall’invasione. «È la prima volta che sento questa storia», taglia corto Zelensky smentendo con decisione. Anche tecnicamente, fanno notare i commentatori ucraini, è un’ipotesi inconsistente: le elezioni, così come l’eventuale referendum sulla bozza di accordo, sono possibili solo dopo la fine della legge marziale; e la Commissione elettorale centrale — commenta a Suspilne il vice capo della Commissione, Serhiy Dubovyk — non ha ricevuto documenti su organizzazione e condotta del voto a fine guerra. Una volta indette le elezioni, poi, ci vogliono almeno 90 giorni per la campagna elettorale, mentre tra il 24 febbraio e il 15 maggio sono solo un’ottantina.

Zelensky però salta i tecnicismi e guarda alla sostanza, ed è lì che la teoria delle elezioni già fissate si sgretola: «Sarebbe un’idea stupida, non annuncerei mai elezioni il 24 febbraio: questa data ha un significato simbolico eccezionale». E poi, dice, c’è un paletto che non può essere rimosso: «Siamo pronti, ma per un referendum, come per le elezioni, è necessario un accordo per il cessate il fuoco, la sicurezza è essenziale». Non è vero neanche, dice, che gli Stati Uniti minaccino di revocare le garanzie di sicurezza se non accetterà di indire le elezioni: Washington ha sollevato di nuovo la questione del voto, spiega, ma senza alcun collegamento alla sicurezza.

Anzi, è Kiev che il collegamento lo fa, ma in senso inverso. Avrebbe voluto partire proprio da lì; dalle garanzie americane, prima di parlare di accordi, referendum o elezioni. Se Zelensky andasse al voto senza blindare un accordo a solide basi di sicurezza, difficilmente verrebbe rieletto, sostengono gli analisti ucraini. Ma gli Stati Uniti, spiega il presidente, vogliono firmare tutti i documenti dell’accordo contemporaneamente, e si sta lavorando alla scaletta dell’agenda passaggio per passaggio: «Inclusa la firma. Dopo il nostro prossimo incontro — spiega — penso si raggiungerà un’intesa». E quando accordo sarà, servirà un passaggio in Parlamento o un referendum, e così si torna alla casella del via: prima il cessate il fuoco…

Leggi i commenti