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Niente medici, scuola e acqua: nella prigione del Texas l’incubo dei bimbi catturati dall’Ice

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A Dilley il centro didetenzione dove si trovano 1400 persone, tra cui 500 bambini
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NEW YORK - Fino a due mesi fa, Edison, un ragazzo guatemalteco di 13 anni, era un brillante alunno di scuola media a Chicago, in Michigan. Eccelleva in matematica, la sua materia preferita, giocava nella squadra di calcio della scuola e traduceva con orgoglio dall’inglese allo spagnolo per i genitori immigrati. Oggi Edison è rinchiuso con sua madre a Dilley, un centro di detenzione in Texas, dove la sua istruzione è ridotta a un’ora al giorno. Suo padre, Ricardo, che ha parlato al New York Times a condizione che venissero usati solo i nomi di battesimo, ha detto di essere arrivato prima negli Stati Uniti, mentre Edison e sua madre sono arrivati nel 2023 e hanno chiesto asilo. A dicembre, la moglie aveva seguito le istruzioni governative: sarebbe dovuta andare all’ufficio dell’Ice, l’agenzia dell’immigrazione, e portare il figlio. Una volta arrivati, sono stati arrestati. Ricardo era fuori ad aspettare, ignaro di cosa stesse succedendo. Negli Stati Uniti ogni giorno vengono arrestati i…

NEW YORK - Fino a due mesi fa, Edison, un ragazzo guatemalteco di 13 anni, era un brillante alunno di scuola media a Chicago, in Michigan. Eccelleva in matematica, la sua materia preferita, giocava nella squadra di calcio della scuola e traduceva con orgoglio dall’inglese allo spagnolo per i genitori immigrati. Oggi Edison è rinchiuso con sua madre a Dilley, un centro di detenzione in Texas, dove la sua istruzione è ridotta a un’ora al giorno. Suo padre, Ricardo, che ha parlato al New York Times a condizione che venissero usati solo i nomi di battesimo, ha detto di essere arrivato prima negli Stati Uniti, mentre Edison e sua madre sono arrivati nel 2023 e hanno chiesto asilo. A dicembre, la moglie aveva seguito le istruzioni governative: sarebbe dovuta andare all’ufficio dell’Ice, l’agenzia dell’immigrazione, e portare il figlio. Una volta arrivati, sono stati arrestati. Ricardo era fuori ad aspettare, ignaro di cosa stesse succedendo. Negli Stati Uniti ogni giorno vengono arrestati in media 175 bambini. Sotto l’amministrazione Biden erano circa 25. A metà gennaio nel centro di detenzione di Dilley erano rinchiuse 1400 persone, di cui 500 erano bambini. In una sezione separata sono detenute 450 donne single.

Le immagini promozionali messe in rete dalla società privata proprietaria del centro mostrano stanze tipo dormitorio, con letti a castello e un parco giochi all’aperto. La realtà, racconta chi ci è stato, è molto diversa: manca l’assistenza medica, le luci in camera restano accese tutta la notte, c’è poca acqua potabile e ancor meno spazio per la scuola. Il centro di detenzione è circondato dal filo spinato e la maggior parte delle famiglie dorme in stanze insieme ad altre persone. I bambini si ammalano, qualcuno ha tentato il suicidio. Molti sono vittime di attacchi di panico.

È il volto più duro dell’America Maga dove l’empatia è considerata un segno di debolezza, mentre la base degli elettori trumpiani non fa niente per nascondere il proprio sadismo: sui social celebrano gli arresti dei bambini e chiedono che l’Ice raddoppi i numeri. Anche il normale sanguinamento da un naso può cambiare la storia di una famiglia: se riguarda un bambino bianco si risolve in pochi minuti in una farmacia. Se invece riguarda chi ha tratti ispanici, può significare la deportazione. A gennaio, in Oregon, una bambina di sette anni cercava cure per fermare il sanguinamento dal naso quando agenti dell’immigrazione hanno fermato lei e i genitori fuori dal pronto soccorso. Sono stati trasferiti in un centro di detenzione federale in Texas, dove sono rimasti per tre settimane.

A Chicago una bambina di cinque anni e sua madre erano in una lavanderia quando agenti federali le hanno circondate e, nello spazio di poche ore, messe su un aereo diretto in Texas. Un adolescente, che aveva vissuto negli Stati Uniti per dieci anni, si stava preparando per la scuola quando la polizia ha bussato alla porta di casa. Il resto è storia comune a migliaia di minori.

Il numero di bambini in custodia è salito in modo verticale da quando l’amministrazione Trump ha ripreso la pratica di trattenere le famiglie, come parte della promessa di deportare gli immigrati entrati illegalmente. L’esempio più emblematico è Liam Conejo Ramos, cinque anni, con ancora lo zainetto di Spider-Man sulle spalle, fermato insieme al padre mentre tornavano da scuola, alla periferia di Minneapolis. Quelli come Liam sono molti in America. La maggior parte dei bambini, e spesso dei loro genitori, finisce in questo centro texano composto da rimorchi e tende morbide, immerso in una distesa desolata a cento chilometri a sud da San Antonio. Costruito nel 2014 durante l’amministrazione Obama, Dilley è stato il principale centro di detenzione familiare, capace di accogliere oltre mille bambini durante le ondate migratorie dall’America Centrale. Chiuso dall’amministrazione Biden nel 2024, è stato riaperto da Trump.

La differenza con il passato è che mentre prima venivano rinchiusi bambini e genitori appena attraversavano il confine, adesso si tratta di famiglie che vivono da anni in America, pagano le tasse e cercano di mettersi in regola. Secondo avvocati e organizzazioni legali che assistono le famiglie, 3.500 adulti e bambini sono passati per Dilley da quando è stato riaperto. Alcuni vi restano pochi giorni; altri mesi; alcuni vengono deportati, volontariamente o meno.

L’offerta mercantile presentata dall’amministrazione Trump di lasciare gli Stati Uniti in cambio di 2600 dollari e un volo gratuito viene spesso rifiutata. Poveri, braccati, ma ostinati, e con dignità.

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