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Ljaskin: “Navalny era il principale pericolo per il sistema, per questo l’hanno tolto di mezzo”

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La reazione dello storico collaboratore di Aleksej: “Il metodo usato, non fa molta differenza. Bisognava spegnere la speranza”
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È l’unico stretto collaboratore di Aleksej Navalny a non aver lasciato la Russia. E, come tutti i pochi dissidenti rimasti, soppesa ogni frase. «Anche se, nel nostro Paese, non sai mai per quale parola o azione finirai nei guai», dice in videocollegamento da Mosca. Con Navalny dal 2010, capo del quartier generale moscovita della sua campagna presidenziale nel 2018, uno dei dirigenti della sua Fondazione anti-corruzione Fbk e del suo partito “Bella Russia del futuro”, a soli 43 anni Nikolaj Ljaskin ha subito innumerevoli fermi e detenzioni e persino un’aggressione con una spranga di ferro. Nel 2021 è stato arrestato e condannato a un anno di “libertà vigilata” insieme al fratello, alla portavoce e al braccio destro dell’oppositore morto in carcere. I suoi ex compagni di lotta hanno lasciato il Paese quando Fbk è stata dichiarata fuorilegge. Ljaskin no. E nonostante cinque Paesi occidentali sostengano che Navalny sia stato ucciso dallo «Stato russo» con una tossina letale rivenuta nelle…

È l’unico stretto collaboratore di Aleksej Navalny a non aver lasciato la Russia. E, come tutti i pochi dissidenti rimasti, soppesa ogni frase. «Anche se, nel nostro Paese, non sai mai per quale parola o azione finirai nei guai», dice in videocollegamento da Mosca. Con Navalny dal 2010, capo del quartier generale moscovita della sua campagna presidenziale nel 2018, uno dei dirigenti della sua Fondazione anti-corruzione Fbk e del suo partito “Bella Russia del futuro”, a soli 43 anni Nikolaj Ljaskin ha subito innumerevoli fermi e detenzioni e persino un’aggressione con una spranga di ferro. Nel 2021 è stato arrestato e condannato a un anno di “libertà vigilata” insieme al fratello, alla portavoce e al braccio destro dell’oppositore morto in carcere. I suoi ex compagni di lotta hanno lasciato il Paese quando Fbk è stata dichiarata fuorilegge. Ljaskin no. E nonostante cinque Paesi occidentali sostengano che Navalny sia stato ucciso dallo «Stato russo» con una tossina letale rivenuta nelle rane freccia sudamericane, resta un incrollabile ottimista: «Le autorità hanno fallito. Le idee di Navalny vivono».

Dopo il Novichok, la rana freccia. Che cosa ne pensa?

«Non ci vedo niente di strano o di nuovo. Aleksej Navalny è sempre stato il nemico pubblico numero 1 del regime russo. Non importa quale sia stata la vera causa della sua morte, se il veleno di una rana, gli anni in carcere in condizioni dure o un colpo in testa. Tutte le ipotesi sarebbero plausibili perché conducono sempre allo stesso risultato: eliminare Aleksej, fare semplicemente in modo che non ci sia più. Perché il potere collettivo, Vladimir Putin e i siloviki (gli uomini dei servizi di sicurezza, ndr), da un lato temevano Aleksej, dall’altro ne invidiavanola capacità di riunire la gente attorno a sé. Perciò, qualunque sia stata la causa della morte di Aleksej, è chiaro che si è trattato di un assassinio».

La vedova Navalnaja ha accusato Putin. Anche per lei è stato il presidente russo a dare l’ordine?

«Da dissidente che si trova in Russia non vorrei rivolgere accuse dirette contro nessuno. Potrebbe portare all’apertura di un’inchiesta penale. Posso soltanto ribadire che Navalny era il nemico numero 1 di tutto il sistema statale del Paese. Chiunque facesse parte di questo sistema aveva interesse ad ammazzarlo».

Navalny stava scontando 19 anni di carcere. Perché ucciderlo?

«Pur in carcere, Navalny era la migliore fonte di ispirazione per tutte le forze di opposizione. Ogni parola che arrivava da lui era una specie di lanterna nel buio. Una parola d’ordine. Una chiamata ad agire. Una raccomandazione insindacabile. Pur da dietro le sbarre, Aleksej parlava non solo a titolo personale, ma a titolo di tutta la Russia. Ne aveva il diritto morale. E lo ascoltavano tutti, non solo i suoi seguaci che non volevano altro che cambiamenti positivi nel Paese, ma anche i suoi nemici».

A due anni dalla sua morte, qualcuno è riuscito a prenderne il testimone?

«Non c’è e non ci potrà mai essere un erede di Navalny. Era unico. Non ci sarà nessuno come lui. Ma Aleksej ha fatto molto di più che passare il testimone. Ha dato a milioni di persone la consapevolezza che si può andare contro il sistema, che si può lottare perché la Russia diventi un Paese libero e normale. Ora Navalny è in ciascuno di noi. Una volta ci disse: “Ragazzi, se ci sono riuscito io, ci riuscirete anche voi”. Ovviamente, non possiamo pensare di essere come lui, ma ora ciascuno di noi sa che cosa si può e si deve fare per migliorare il Paese. Per sé e i propri figli».

Come mai l’opposizione russa continua a essere divisa? Anche i reduci di Fbk sono stati coinvolti in diverse “faide”.

«L’opposizione polemizza sempre molto al suo interno. Ma ogni volta che c’è stato un obiettivo comune, che fosse sostenere un candidato o scongiurare brogli alle elezioni, si è compattata. E, per quanto possa sembrare frammentata adesso, al momento giusto si unirà».

A molti russi, però, manca un punto di riferimento. La morte di Navalny ha ucciso la speranza?

«In un certo senso sì e in un certo senso no. Le autorità pensavano che, eliminando Navalny, avrebbero risolto tutti i loro problemi. Sì, lui non c’è più, ma le sue idee vivono. Perché c’è ancora parecchia gente che crede nelle sue idee e può agire come lui. E finché esisteranno queste persone, le autorità non avranno raggiunto il loro obiettivo al cento per cento».

Esiste, dunque, la “bella Russia del futuro” che Navalny sognava?

«Certo. Non è un concetto astratto. La Bella Russia del Futuro è la gente che è rimasta e continua a lottare».

La Fondazione di Navalny è stata dichiarata prima estremista e ora terrorista. Le autorità stanno cercando di rendere Navalny “velenoso” per i suoi sostenitori?

«Il tentativo è proprio questo, ma non ce la faranno. C’è gente che continua a condividere le idee che Navalny professava. Adesso, magari, opererà con più cautela perché nessuno vuole finire in carcere. Ma queste persone ci sono, comunicano tra di loro e aspettano il momento opportuno in cui sarà possibile migliorare la Russia. Presto o tardi ci riusciranno».

Lei teme per la sua incolumità?

«Sì. Come tutti in Russia».

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