Diplomazia e guerra corrono parallele nella sfida storica tra Iran e Stati Uniti. Oggi a Ginevra le delegazioni dei due Paesi si incontreranno per il secondo round di colloqui, in teoria limitati al solo programma nucleare. Gli iraniani sono guidati dal ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, che ieri ha visto il direttore dell’agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Mariano Grossi, per discussioni tecniche in vista del confronto di oggi. Gli americani sono capeggiati dal duo Witkoff-Kushner. A delineare la posizione di Teheran alla vigilia è stato il potente segretario del consiglio supremo di sicurezza, Ali Larijani: «Sui missili non negozieremo», ha detto, ma «per dimostrare che l’Iran non è alla ricerca di armi nucleari, consentiremo all’Aiea di ispezionare i siti nucleari, anche quelli situati nel sottosuolo e sulle montagne».
Nel frattempo i Pasdaran hanno avviato esercitazioni militari nello stretto di Hormuz, il corridoio di mare da cui passa il 20% del petrolio co…
Diplomazia e guerra corrono parallele nella sfida storica tra Iran e Stati Uniti. Oggi a Ginevra le delegazioni dei due Paesi si incontreranno per il secondo round di colloqui, in teoria limitati al solo programma nucleare. Gli iraniani sono guidati dal ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, che ieri ha visto il direttore dell’agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Mariano Grossi, per discussioni tecniche in vista del confronto di oggi. Gli americani sono capeggiati dal duo Witkoff-Kushner. A delineare la posizione di Teheran alla vigilia è stato il potente segretario del consiglio supremo di sicurezza, Ali Larijani: «Sui missili non negozieremo», ha detto, ma «per dimostrare che l’Iran non è alla ricerca di armi nucleari, consentiremo all’Aiea di ispezionare i siti nucleari, anche quelli situati nel sottosuolo e sulle montagne».
Nel frattempo i Pasdaran hanno avviato esercitazioni militari nello stretto di Hormuz, il corridoio di mare da cui passa il 20% del petrolio commerciato nel mondo, una risposta all’“Armada” inviata da Trump nel Golfo, con la portaerei Lincoln già in area e la Uss Gerald Ford in arrivo, a cui si sono aggiunti ieri anche altri 18 caccia F35 partiti dal Regno Unito. Secondo fonti di Teheran consultate da Repubblica, gli iraniani sarebbero pronti a diverse concessioni, la prima sull’arricchimento dell’uranio offrendo a Washington l’1,5%, un livello inferiore anche alle percentuali previste dal Jcpoa, in cambio della rimozione delle sanzioni. Questo compromesso consentirebbe alla Repubblica islamica di mantenere l’arricchimento sul suolo nazionale, una vittoria politica. Per il sistema nato dalla rivoluzione islamica del 1979 è un momento cruciale: stretto tra la pressione esterna di Washington e la ribellione interna, sente la sfida esistenziale.
La repressione delle manifestazioni di gennaio è stata brutale con oltre 7mila morti verificati dalla ong Human Rights Activist. Il governo iraniano parla di 3mila vittime, ma è comunque il massacro più grave della storia recente della Repubblica islamica. Più di 40mila persone sono state arrestate e cominciano ad arrivare le prime condanne a morte con tanto di “confessioni” degli accusati mandate in diretta televisiva che gli attivisti denunciano estorte con la violenza. Secondo l’ong Iran Human Rights, con base a Oslo, il 18enne Saleh Mohammadi, che ha partecipato alle proteste, è stato condannato a morte per l’omicidio di un poliziotto durante la protesta dell’8 gennaio a Qom. Il tribunale, spiega l’organizzazione, ha respinto la testimonianza del ragazzo secondo cui le sue «confessioni sarebbero state estorte sotto tortura, e ha ordinato che la sua esecuzione venga eseguita pubblicamente sulla scena del presunto crimine».
Iran International, la tv legata all’opposizione monarchica all’estero, cita sue fonti e sostiene che un tribunale ha emesso condanne a morte per 14 manifestanti attraverso un procedimento online convocato dal giudice Salavati, capo della Sezione 15 della Corte rivoluzionaria iraniana, famigerato per le numerose condanne a morte che ha comminato nel corso della sua carriera.
Il presidente Trump aveva incitato gli iraniani a scendere in piazza «per prendersi il potere» promettendo «aiuti in arrivo», poi si era attribuito il merito di aver fermato «800 esecuzioni», circostanza smentita dalla stessa magistratura di Teheran. Gli iraniani si chiedono adesso se anche il destino degli arrestati e dei condannati farà parte delle trattative di Ginevra.