WASHINGTON – È atterrato alle tre del mattino il ministro degli Esteri Antonio Tajani, nella sua maratona di poche ore a Washington per tenere un piede in tre scarpe: quella della rinascita di Gaza, quella della protezione degli interessi commerciali italiani, e quella della necessità di non urtare la sensibilità di Trump. Roma però non diventerà membro permanente del Board of Peace, perché «la Costituzione ci impedisce di entrare in organizzazioni multilaterali non paritarie», mentre l’articolo 9 del nuovo organismo celebrato ieri stabilisce che Donald può decidere tutto da solo. Uno sgarro ai nostri principi peraltro non indispensabile, se hanno ragione analisti come Ian Bremmer e il repubblicano Elliot Abrams a scommettere che l’organismo non sopravviverà alla fine del secondo mandato, ammesso che Trump non insegua e ottenga il terzo, perché chiunque prenderà il suo posto, repubblicano o democratico, non vorrà avere il fiato sul collo del predecessore sulla politica estera.
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WASHINGTON – È atterrato alle tre del mattino il ministro degli Esteri Antonio Tajani, nella sua maratona di poche ore a Washington per tenere un piede in tre scarpe: quella della rinascita di Gaza, quella della protezione degli interessi commerciali italiani, e quella della necessità di non urtare la sensibilità di Trump. Roma però non diventerà membro permanente del Board of Peace, perché «la Costituzione ci impedisce di entrare in organizzazioni multilaterali non paritarie», mentre l’articolo 9 del nuovo organismo celebrato ieri stabilisce che Donald può decidere tutto da solo. Uno sgarro ai nostri principi peraltro non indispensabile, se hanno ragione analisti come Ian Bremmer e il repubblicano Elliot Abrams a scommettere che l’organismo non sopravviverà alla fine del secondo mandato, ammesso che Trump non insegua e ottenga il terzo, perché chiunque prenderà il suo posto, repubblicano o democratico, non vorrà avere il fiato sul collo del predecessore sulla politica estera.
Tajani però è venuto a compiere il suo dovere, anche perché in un modo o nell’altro quasi tutti gli europei hanno partecipato, Ungheria e Bulgaria come membri e gli altri come osservatori, inclusa la Commissione Ue. Grosso modo per gli stessi motivi che hanno spinto l’Italia a esserci, oltre alle note introduttive rubate a “Gloria” di Umberto Tozzi: «Mi pare che oggi siano emerse proposte concrete, non è certamente un “business board”. D’altronde è l’unica reale proposta sul tavolo per costruire la pace in Medio Oriente».
Tajani è stato sistemato come tutti in uno spazio risicato, vicino al collega israeliano Gideon Sa’ar (che ha appena aderito al Board senza però pagare il biglietto da un miliardo di dollari). Un caso, perché i posti li hanno decisi gli americani in base alla membership, il livello di rappresentanza e l’ordine alfabetico.
Molti arabi hanno pagato facendo questo ragionamento: dovremo comunque sostenere la ricostruzione, tanto vale dare i soldi a Trump per assecondarlo. L’Italia invece «sta pensando a un piano per Gaza. Già abbiamo stabilito una serie di finanziamenti indipendenti dal Board of Peace. Vogliamo far sì che tutto ciò che si può fare per portare la pace, per portare il benessere ai palestinesi, per chiudere la stagione della guerra e arrivare all’obiettivo dei due popoli e dei due Stati, noi lo facciamo. Valuteremo anche un piano finanziario autonomo italiano su questo». Non ci sono invece prospettive di inviare soldati: «Al momento abbiamo detto che parteciperemo con la presenza dei Carabinieri alla formazione di agenti della polizia palestinese per Gaza in Giordania e continueremo a formare la polizia dell’Anp a Gerico, ma non abbiamo valutato altre ipotesi di presenza militare».
Tajani si accontenta anche della foglia di fico sventolata da Trump per evitare imbarazzi sul futuro del Palazzo di Vetro: «Crediamo fortemente nel ruolo dell’Onu. Se c’è la possibilità di rinforzare la presenza internazionale portatrice di pace, con le Nazioni Unite e con il Board of Peace, mi pare sia un fatto positivo. Nessuno vuole escludere nessuno e le parole di Trump vanno nella giusta direzione, almeno per quanto pensiamo noi».
È vero che nel giorno dell’inaugurazione del consiglio per la pace Trump ha minacciato la guerra contro l’Iran, ma il ministro non perde la speranza di una soluzione diplomatica: «Vediamo cosa accadrà nei colloqui tra iraniani e americani. Speriamo che Teheran non voglia continuare nel percorso della costruzione della bomba atomica». Se poi nel frattempo Trump volesse passare dall’Italia, nel caso che la squadra Usa di hockey giochi la finale olimpica, «siamo pronti ad accoglierlo».