Azadeh è ancora troppo giovane per portare il peso di tutta questa rabbia. «La guerra sta arrivando e ci libereremo di loro», ripete come un mantra. Mostra un pezzo di cielo dalla sua finestra nel centro di Teheran, come a dimostrare che è reale, una soluzione c’è, missili e droni che piovono dal cielo. L’ha già vissuto, qualche mese fa, non le fa paura, dice. «Certo che ne sarei felice. Usiamo le pietre contro le pistole! Non mi importa cosa succederà dopo, i mullah se ne devono andare».
Azadeh ha 22 anni, si arrangia tra un lavoretto e l’altro, l’ultimo è stato dare lezioni di francese ai bambini, in casa, dopo aver imparato le basi di quella che chiama la «lingua dolce» con un corso online. Un suo amico è stato ucciso nelle manifestazioni di gennaio, una mattanza che ha spezzato l’anima degli iraniani. Tremila morti, dicono le autorità, almeno 7mila secondo l’attendibile ong Human Rights Activist, comunque il massacro peggiore della storia recente iraniana. E ora persino i funerali…
Azadeh è ancora troppo giovane per portare il peso di tutta questa rabbia. «La guerra sta arrivando e ci libereremo di loro», ripete come un mantra. Mostra un pezzo di cielo dalla sua finestra nel centro di Teheran, come a dimostrare che è reale, una soluzione c’è, missili e droni che piovono dal cielo. L’ha già vissuto, qualche mese fa, non le fa paura, dice. «Certo che ne sarei felice. Usiamo le pietre contro le pistole! Non mi importa cosa succederà dopo, i mullah se ne devono andare».
Azadeh ha 22 anni, si arrangia tra un lavoretto e l’altro, l’ultimo è stato dare lezioni di francese ai bambini, in casa, dopo aver imparato le basi di quella che chiama la «lingua dolce» con un corso online. Un suo amico è stato ucciso nelle manifestazioni di gennaio, una mattanza che ha spezzato l’anima degli iraniani. Tremila morti, dicono le autorità, almeno 7mila secondo l’attendibile ong Human Rights Activist, comunque il massacro peggiore della storia recente iraniana. E ora persino i funerali hanno cambiato rito.
A commemorare le vittime si va come atto di resistenza, perché sono gli unici raduni consentiti. La musica sostituisce i sermoni religiosi, la gente piange ma balla sulle tombe di figli e mogli, padri e nipoti, una sfida al dolore e alla cupezza imposte da un sistema che non vuole più. Teheran aspetta, ferita, livida e divisa: l’America attaccherà?
La guerra di giugno aveva spinto gli iraniani a “stringersi intorno alla bandiera”, a fare quadrato per l’indipendenza e la sicurezza della patria, ma questa volta le cose sono più complicate. Tanti vivono con ansia l’idea di un nuovo blitz, «bloccati tra un regime che non si arrende e l’America e Israele che non si arrendono», spiega un costruttore al Financial Times.
Azar, 40 anni, lavoratore ora disoccupato dell’industria tecnologica, risponde al telefono dalla capitale: «Sono tutti estremamente insoddisfatti e furiosi nei confronti della Repubblica Islamica e in particolare di Ali Khamenei. Persino i religiosi – che generalmente rimangono in silenzio. Molti considerano questa violenza contraria all’Islam. La maggior parte della società spera che lancino un attacco che indebolisca il regime». Per fare cosa, Azar? «Portare avanti le nostre proteste. La gente è stufa. Sembriamo prigionieri a cui ogni tanto viene concesso di uscire a prendere una boccata d’aria fresca. Negoziare non serve a niente, la Repubblica Islamica è al capolinea. A mani vuote non siamo in grado di affrontarla, ma non abbiamo più paura».
Non la pensa così Sadra, 30 anni, che lavora nel mondo della cultura ed è ferocemente contrario a un intervento militare americano. C’entra l’orgoglio nazionale, certo, ma non solo. «La guerra può soltanto offrire al Sistema materiale per la propaganda e giustificazioni, come è successo dopo giugno: quell’attacco è servito solo a questo regime e a quello israeliano. Ogni guerra ci rimanda indietro di dieci anni, sui diritti e sulle libertà». L’unica via, ragiona, è la resistenza. «Donna, vita, libertà, ricordi? Nel 2022 ci siamo ripresi la donna, ora stiamo lottando per la vita. Pian piano riconquisteremo la nostra libertà».
A Teheran l’agitazione monta, mista a un senso di soffocamento. C’è chi fa scorte di ansiolitici, chi accumula acqua, olio e farina mettendo mano ai risparmi. La moneta locale è sprofondata ancora, un dollaro vale più di 1,65 milioni di rial. La sicurezza asfissia. Basij e agenti girano in motocicletta con i «volti mascherati, armi leggere e pesanti, si mettono in mostra», racconta Azar. «Piazzano altoparlanti sul retro dei pick-up e sparano musica islamica e canti funebri! Tutto per intimidirci».
Ali, 35 anni, dice pure lui che «la maggior parte della società non ha più paura della guerra e pensa che sia l’unico modo per salvarsi», ma non sa spiegare come, immaginarsi il dopo. Amir, che ha qualche anno in più, 42, faceva politica con i riformisti. In questi giorni litiga in famiglia, con gli amici: «Se chiedi cosa significhi realmente un “attacco mirato” alla fine ti dicono colpire Khamenei. Non c’è una comprensione adeguata di cosa comporti realmente la guerra. È una reazione di rabbia, chi si sente impotente cerca vendetta e ora vede l’America come uno strumento di quella vendetta, ma è una deriva pericolosa. È frustrazione, non è politica. Temo che ci sarà bisogno di una seria ondata di delusione per guarire da questi pensieri storti».