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Epstein, chi è Peter Mandelson: principe delle tenebre e guru del Labour tradito dal denaro

Peter Mandelson 

 (agf)

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Arrestato domenica 23 febbraio, è stato rilasciato su cauzione il 24. Celebre la sua frase “non ho nulla contro chi vuole diventare ricco”. Il potente ideologo di Blair si era già dimesso tre volte per fatti di soldi
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LONDRA – «State molto attenti, voi di Repubblica, a cosa scrivete di noi: vi tengo d’occhio». La testa leggermente inclinata, il mento imbronciato, gli occhi due fessure: il monito di Peter Mandelson, nei corridoi dell’annuale congresso laburista, faceva tremare il corrispondente di questo giornale, da non molto trasferitosi nel Regno Unito. Non eravamo i soli ad essere intimoriti da quello che, nei primi anni Duemila, era ancora l’onnipotente eminenza grigia di Tony Blair e del suo governo laburista: praticamente l’intero fronte europeo del riformismo progressista pendeva dalle sue labbra. Ben pochi, in effetti, si azzardavano a criticarlo, nonostante in quei giorni la stella del suo primo ministro cominciasse a oscurarsi, a causa della decisione di entrare in guerra insieme agli Stati Uniti contro l’Iraq di Saddam Hussein per distruggere armi di massa che poi non saltarono fuori. Ma Mandelson era fatto così: minacciava anche senza motivo, per tenere tutti sul chi vive, nemici ed ami…

LONDRA – «State molto attenti, voi di Repubblica, a cosa scrivete di noi: vi tengo d’occhio». La testa leggermente inclinata, il mento imbronciato, gli occhi due fessure: il monito di Peter Mandelson, nei corridoi dell’annuale congresso laburista, faceva tremare il corrispondente di questo giornale, da non molto trasferitosi nel Regno Unito. Non eravamo i soli ad essere intimoriti da quello che, nei primi anni Duemila, era ancora l’onnipotente eminenza grigia di Tony Blair e del suo governo laburista: praticamente l’intero fronte europeo del riformismo progressista pendeva dalle sue labbra. Ben pochi, in effetti, si azzardavano a criticarlo, nonostante in quei giorni la stella del suo primo ministro cominciasse a oscurarsi, a causa della decisione di entrare in guerra insieme agli Stati Uniti contro l’Iraq di Saddam Hussein per distruggere armi di massa che poi non saltarono fuori. Ma Mandelson era fatto così: minacciava anche senza motivo, per tenere tutti sul chi vive, nemici ed amici. Non per nulla era soprannominato “the Prince of Darkness”, il Principe delle tenebre: una creatura luciferina.

Un gioco riuscitogli più volte, da ultimo con l’attuale premier Keir Starmer, che lo aveva richiamato in servizio come ambasciatore britannico a Washington nella speranza che il suo cocktail di suadenti promesse e sinistri messaggi domasse anche Donald Trump nella guerra dei dazi. Invece il caso Epstein lo ha fatto precipitare, prima obbligandolo a dare le dimissioni, poi con l’arresto, clamoroso quasi quanto quello di pochi giorni fa dell’ex-principe Andrea. La differenza è che nessuno considerava il fratello minore del re particolarmente scaltro. Sembra quasi impossibile, invece, che un operatore politico così capace, spietato e spregiudicato sia caduto nella rete dello scomparso finanziare pedofilo americano: Mandelson ha non pochi difetti, ma certamente non è un ingenuo, né uno stupido.

Il suo difetto è sempre stato che gli piacciono troppo i soldi. Tre volte ha dovuto dimettersi, tre volte per questioni di denaro. La prima, quando era ministro del governo Blair, per un prestito non dichiarato ricevuto da un ricco deputato del Labour, con cui si era comprato casa; la seconda, quando era vicepremier di Gordon Brown, il successore laburista di Blair a Downing Street, per fare ottenere la cittadinanza britannica a un miliardario indiano suo amico; e la terza, la più recente, per le somme che Epstein gli avrebbe passato, in cambio di segreti d’affari, che gli è costata il posto di ambasciatore. Follow the money, il suggerimento della Gola Profonda del Watergate ai due giornalisti del Washington Post, poteva valere anche per lui: seguite la pista dei soldi e arriverete a Mandelson. «Non ho nulla in contrario a chi vuole diventare schifosamente ricco» è, non per nulla, una delle sue frasi celebri: pronunciata per segnalare ai banchieri della City e ai baroni della Confindustria britannica che il Labour non era più il partito socialista e anticapitalista del passato, dunque potevano appoggiarlo alle urne. Quelle parole, oggi, potrebbero essere il suo epitaffio: è il desiderio di diventare “schifosamente ricco” che ha fatto cadere Mandelson nella polvere.

Fidarsi di Peter, come lo chiamavano tutti nel suo partito (quasi a dire che di Peter, nel Labour, ce n’è uno solo), era rischioso. Gordon Brown ne sa qualcosa. Mandelson era il suo consigliere di fiducia, ma quando morì all’improvviso di infarto il leader laburista John Smith, e Brown si aspettava di rimpiazzarlo, Peter lo tradì spudoratamente, diventando dalla sera alla mattina il consigliere di fiducia di Blair, del quale intravedeva le doti carismatiche che lo avrebbero portato a vincere, unico della storia nella sinistra britannica, tre elezioni di seguito. Altrettanto spudoratamente, anni dopo intitolò The third man la propria autobiografia: “Il terzo uomo”, come il romanzo di spionaggio di Graham Greene, allusione agli altri due, Blair e Brown appunto, che aveva brillantemente manovrato da dietro le quinte. Architetto del blairismo, direttore delle comunicazioni, deputato, ministro, commissario europeo, membro della camera dei Lord, ambasciatore a Washington, per un po’ anche icona gay, uno dei primi a dichiararsi tale in politica. Ma ora per il 72enne Principe delle Tenebre si è spenta la luce.

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