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Laurence des Cars si dimette dal Louvre: “Ero lì per fare da parafulmine”

(afp)

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Quattro mesi dopo il furto dei gioielli della Corona, la presidente dell’istituzione ritiene che la sua presenza “non permetta di superare gli ostacoli alla trasformazione e alla modernizzazione del museo”
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È nel suo ufficio, situato nell’ala Mollien del palazzo, che la presidente del Louvre ha ricevuto Le Figaro, martedì 24 febbraio. Dopo più di quattro anni dalla sua nomina, Laurence des Cars spiega perché ha deciso di lasciare il suo incarico, dimissioni annunciate da un comunicato dell’Eliseo nel tardo pomeriggio. Dice di aver rimesso il Louvre «in movimento». «Anche se posso aver urtato la suscettibilità di qualcuno», aggiunge. «Questa lucidità può essere stata dolorosa, in alcuni casi, ma era indispensabile per mettere il Louvre sulla via della trasformazione. Forse oggi ne pago il prezzo», afferma la presidente, costantemente sotto attacco dopo il 19 ottobre e il clamoroso furto nella galleria Apollon.

Erano settimane, ormai, che certi parlamentari invocavano le sue dimissioni. Lo può capire?

«Dopo il furto del 19 ottobre siamo finiti in una tempesta mediatica e politica senza precedenti. Nelle ore successive all’accaduto avevo presentato le mie dimissioni, che erano state immedia…

È nel suo ufficio, situato nell’ala Mollien del palazzo, che la presidente del Louvre ha ricevuto Le Figaro, martedì 24 febbraio. Dopo più di quattro anni dalla sua nomina, Laurence des Cars spiega perché ha deciso di lasciare il suo incarico, dimissioni annunciate da un comunicato dell’Eliseo nel tardo pomeriggio. Dice di aver rimesso il Louvre «in movimento». «Anche se posso aver urtato la suscettibilità di qualcuno», aggiunge. «Questa lucidità può essere stata dolorosa, in alcuni casi, ma era indispensabile per mettere il Louvre sulla via della trasformazione. Forse oggi ne pago il prezzo», afferma la presidente, costantemente sotto attacco dopo il 19 ottobre e il clamoroso furto nella galleria Apollon.

Erano settimane, ormai, che certi parlamentari invocavano le sue dimissioni. Lo può capire?

«Dopo il furto del 19 ottobre siamo finiti in una tempesta mediatica e politica senza precedenti. Nelle ore successive all’accaduto avevo presentato le mie dimissioni, che erano state immediatamente respinte. La ministra della Cultura mi aveva chiesto di tenere saldo il timone in mezzo alla tempesta, e l’ho fatto. Ho attraversato questo periodo mantenendo il sangue freddo, direi. Ma tenere saldo il timone non basta, bisogna anche riuscire ad avanzare. E le condizioni per avanzare non ci sono più».

Ha preso questa decisione con il presidente della Repubblica?

«È una decisione personale. Ho informato la ministra della Cultura e il presidente della Repubblica. Il furto del 19 ottobre ha messo in luce in modo implacabile le cose su cui avevo lanciato l’allarme fin dal momento del mio arrivo: la vetustà dell’edificio, l’obsolescenza delle installazioni tecniche e gli enormi problemi di congestionamento, per citarne solo alcune».

Ritiene che la ministra Rachida Dati l’abbia sostenuta abbastanza?

«L’argomento non sono le singole persone. Quello che importa è che il Louvre riceva sostegno. Il resto è secondario».

Ora che è sul piede di partenza, si sente responsabile del furto?

«Mi prendo la mia parte di responsabilità, naturalmente. Ma i colpevoli, i mandanti, sono ancora in giro».

Mercoledì 25 febbraio sarà sentita per la quarta volta dal Parlamento. Si presenterà?

«Sì, risponderò a questa richiesta come ho sempre fatto. È un dovere di trasparenza, anche se la commissione di inchiesta forse non apporta la serenità che sarebbe necessaria. Per equità l’istruttoria dovrebbe essere anche a discarico, non solo a carico».

Queste audizioni della commissione sono servite a portare alla luce la verità?

«Alcune audizioni erano interessanti e costruttive, sono state dette cose importanti. Ma saranno ascoltate? In alcuni casi ho sentito delle inesattezze, dei pregiudizi politici e una scarsa conoscenza delle nostre professioni».

Dal 15 dicembre i lavoratori hanno proclamato uno sciopero rinnovabile a oltranza. La pressione dei sindacati ha giocato in suo sfavore?

«In questo momento c’è un protocollo d’intesa in discussione e auspico che chi prenderà il mio posto possa risolvere in tempi rapidi questo conflitto sociale. Non è lo sciopero che mi ha convinta ad andar via, è l’impossibilità di trasformare il Louvre nel contesto istituzionale attuale. Sono due problemi di natura diversa».

Sindacati a parte, ritiene di aver fatto tutto il possibile per restituire entusiasmo ai 2.300 dipendenti del museo?

«I vari team non hanno mai smesso di lavorare in questo periodo turbolento, con una forte consapevolezza dell’importanza dell’istituzione e nonostante la scarsa benevolenza con cui venivano trattati da una parte dei media. L’ampiezza e la risonanza delle critiche sono state enormi e hanno ferito i dipendenti del Louvre. Ho cercato di fare del mio meglio per proteggerli».

Questa crisi non ha anche permesso di accrescere il livello di sicurezza del museo?

«Eravamo più che consapevoli del problema già prima del furto. Quando sono arrivata al Louvre ho constatato l’obsolescenza tecnica delle infrastrutture e ho visto che era necessario lanciare un certo numero di schermi tecnici orientativi, tra cui quelli della sicurezza e degli impianti elettrici. Per ironia della sorte stavamo proprio per pubblicare la gara d’appalto per la sicurezza quando c’è stato il furto dei gioielli. Se siamo riusciti a mettere in atto decine di misure d’emergenza in poche settimane è perché lo schema tecnico orientativo era pronto. Passo il testimone al successore che verrà designato dopo di me: potrà contare su un quadro chiaro e stanziamenti certi».

Quale eredità lascia, a suo parere?

«Aver rimesso in movimento il Louvre e aver fatto una diagnosi impietosa, anche se posso aver urtato la suscettibilità di qualcuno. Questa lucidità può essere stata dolorosa, in alcuni casi, ma era indispensabile per mettere il Louvre sulla via della trasformazione. Forse oggi ne pago il prezzo. Senza rimpianti».

Che insegnamenti trae da questa crisi?

«Ho imparato molto in quello che è stato anche un momento di solitudine. Ho cercato di proteggere l’istituzione, di lottare contro le false informazioni e le dicerie».

Qualcuno le ha rimproverato di essersi «asserragliata» nel suo ufficio?

«Io sono una persona che ha il senso del collettivo, ho sempre lavorato in squadra, secondo un principio di delega e di fiducia. Quando dirigi una struttura come il Louvre, sei nella posizione del direttore d’orchestra, devi vigilare affinché tutti lavorino insieme e lo spartito sia lo stesso per tutti. Mi ci sono dedicata con passione e mi è piaciuto molto».

Spera ancora in un ritorno dei gioielli?

«Dobbiamo assolutamente crederci. Gli investigatori fanno un lavoro straordinario e li ringrazio per l’impegno che hanno messo in campo fin dal principio».

Che farà nelle prossime settimane?

«Ho la passione dei musei, delle opere e degli artisti. Continuerò a fare quello che amo, forse in modo leggermente diverso da prima. Mi reinventerò, ed è un bene. C’è una vita dopo il Louvre».

(Traduzione di Fabio Galimberti)

(Copyright Le Figaro/Lena- Leading European Newspaper Alliance)

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