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Bombardati la tv e un ospedale di Teheran: “L’operazione durerà quattro settimane”

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In Iraq ci sono i primi tre morti tra gli ufficiali Usa, aumenta la pressione per chiudere presto. Salgono a 148 le vittime nella scuola
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Le tre bare avvolte nella bandiera americana — le prime in arrivo negli Stati Uniti dopo l’attacco all’Iran — sono un giro di lancetta sull’orologio di Donald Trump. È cominciata la corsa contro il tempo per chiudere la partita col regime iraniano prima che l’operazione “Furia epica”, o “Ruggito del leone” se la si vuol chiamare col nome scelto dagli israeliani, si tramuti in un pantano a lungo termine, dove affogano le vite dei soldati Usa, la mission accomplished e il consenso del tycoon.

«Durerà 4 settimane, forse meno», dichiara, non a caso, il presidente americano. Ha fretta, si capisce. Chiede ai suoi di far presto, che il regime crolli subito o si pieghi per sempre al suo volere. È la scommessa di Trump, che per essere vinta ha bisogno della sollevazione del popolo iraniano, per niente scontata. Al giorno due, i raid su Teheran e sui centri nevralgici della Repubblica islamica si sono intensificati. E, con essi, anche i cosiddetti danni collaterali: le vittime civili, gli …

Le tre bare avvolte nella bandiera americana — le prime in arrivo negli Stati Uniti dopo l’attacco all’Iran — sono un giro di lancetta sull’orologio di Donald Trump. È cominciata la corsa contro il tempo per chiudere la partita col regime iraniano prima che l’operazione “Furia epica”, o “Ruggito del leone” se la si vuol chiamare col nome scelto dagli israeliani, si tramuti in un pantano a lungo termine, dove affogano le vite dei soldati Usa, la mission accomplished e il consenso del tycoon.

«Durerà 4 settimane, forse meno», dichiara, non a caso, il presidente americano. Ha fretta, si capisce. Chiede ai suoi di far presto, che il regime crolli subito o si pieghi per sempre al suo volere. È la scommessa di Trump, che per essere vinta ha bisogno della sollevazione del popolo iraniano, per niente scontata. Al giorno due, i raid su Teheran e sui centri nevralgici della Repubblica islamica si sono intensificati. E, con essi, anche i cosiddetti danni collaterali: le vittime civili, gli innocenti di ogni guerra.

Le colonne di fumo nero disegnano il nuovo skyline di Teheran, indicando cosa è stato colpito: il palazzo che ospita la televisione di Stato Irib (le trasmissioni non si sono interrotte), le caserme della violenta Basij, i pretoriani che rispondono alla Guida Suprema e reprimono il dissenso, diversi commissariati di polizia, la base di Thar-Allah, i comandi dell’intelligence. Dopo aver raso al suolo Beit Rahbari e avervi seppellito l’ayatollah Khamenei, e dopo aver eliminato «48 leader» come sostiene Trump, che ora si dice disposto a interloquire coi nuovi capi, le forze armate americane e israeliane si stanno concentrando sull’architrave del regime: le infrastrutture militari e istituzionali su cui si poggia.

«È ragionevole pensare che il piano operativo di Stati Uniti e Israele sia andare avanti per altri 10-12 giorni, non di più», spiega a Repubblica l’ex colonnello dell’Idf Miri Eisin, analista esperta di intelligence e sicurezza. «Due fattori possono modificare il piano: la reazione scomposta dell’Iran, che sta lanciando missili contro le monarchie sunnite, e, appunto, la possibilità che uno di quegli Stati risponda».

L’aviazione israeliana fa sapere di aver conquistato la superiorità aerea distruggendo radar e i sistemi di difesa che proteggono Teheran e le altre metropoli. Nei cieli dell’Iran sono apparsi i B-2, i cacciabombardieri americani protagonisti della guerra dei 12 giorni nel giugno scorso, che stanno sganciando ordigni da nove quintali sulle postazioni e i depositi di missili balistici. «Abbiamo affondato nove navi e anche il centro di controllo della marina iraniana», esulta Trump. Una tempesta di ferro che però colpisce anche ciò che non dovrebbe.

A Minab, Iran meridionale, è strage di bambine. Il procuratore locale riferisce di 148 morti, e 95 feriti, nell’attacco aereo alla scuola femminile “Shajarah Tayybeh”, che si trova nei pressi di una base navale dei pasdaran. L’Idf dice di non essere a conoscenza di raid avvenuti in quella zona, mentre il CentCom americano sta indagando sull’incidente. Che non è l’unico. Dal nord di Teheran arrivano le immagini della devastazione dell’ospedale Gandhi, «attaccato da raid sionisti americani», scrive l’agenzia iraniana Isna. Le infermiere hanno trasferito altrove i neonati nelle incubatrici, il bilancio delle vittime non è chiaro.

La Repubblica islamica non sta a guardare. Si aspettava l’assalto, ha avuto il tempo di programmare l’elenco dei target. In cima alla lista ci sono le basi americane nel Golfo Persico: solo il Kuwait ne ospita tre ed è lì che si sono abbattuti i droni e i razzi che hanno ucciso, sabato, i tre soldati di un gruppo di supporto dell’esercito, ferendone altri cinque. Quattro missili balistici sono stati lanciati contro la Lincoln, una delle due portaerei schierate dal Pentagono, senza andare a segno. Un drone Usa è stato intercettato. È la battaglia dei cieli, solcati da razzi, cruise, contraerea, arabeschi impazziti ed esplosivi. Fate presto, ordina Trump.

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