GERUSALEMME – Nelle strade di Mea Sharim, quartiere ultraortodosso a ridosso della ex linea verde che una volta divideva in due questa città, per una volta non si vede solo nero. Ai cappotti e cappelli scuri degli uomini di questa comunità iper-conservatrice si affiancano i colori dei costumi dei bambini: ce n’è uno vestito da squalo e uno da astronauta, ma quello che colpisce di più, senza dubbio alcuno, è quello mascherato da missile, con tanto di sistema lanciarazzi sulla schiena. È Purim, antica festa ebraica che con il Carnevale ha in comune l’usanza di travestirsi, l’unico momento dell’anno in cui questo quartiere si colora: e si è colorato anche ora, nonostante la guerra in corso a testimonianza dell’energia senza fine dell’infanzia.
Ma le maschere e i colori non devono trarre in inganno. I costumi dei bambini, a Mea Sharim così come in altre zone del Paese, sono praticamente l’unico segno di vita in un Israele che vive questi giorni in altissima tensione. Ieri come due gi…
GERUSALEMME – Nelle strade di Mea Sharim, quartiere ultraortodosso a ridosso della ex linea verde che una volta divideva in due questa città, per una volta non si vede solo nero. Ai cappotti e cappelli scuri degli uomini di questa comunità iper-conservatrice si affiancano i colori dei costumi dei bambini: ce n’è uno vestito da squalo e uno da astronauta, ma quello che colpisce di più, senza dubbio alcuno, è quello mascherato da missile, con tanto di sistema lanciarazzi sulla schiena. È Purim, antica festa ebraica che con il Carnevale ha in comune l’usanza di travestirsi, l’unico momento dell’anno in cui questo quartiere si colora: e si è colorato anche ora, nonostante la guerra in corso a testimonianza dell’energia senza fine dell’infanzia.
Ma le maschere e i colori non devono trarre in inganno. I costumi dei bambini, a Mea Sharim così come in altre zone del Paese, sono praticamente l’unico segno di vita in un Israele che vive questi giorni in altissima tensione. Ieri come due giorni fa, ovunque la giornata è stata scandita dagli allarmi e dalle sirene, con un su e giù continuo di milioni di persone dai rifugi anti-aerei, di giorno come di notte. Dalla valle del Giordano a Haifa, dalle grandi città del centro – Tel Aviv in testa – a Gerusalemme, non c’è area che sia stata risparmiata dai segnali di allarme arrivati sui cellulari, né dal suono delle sirene. Anzi, ieri più che nel giorno precedente le autorità hanno intensificato i messaggi, invitando continuamente la popolazione a seguire le regole e non sottovalutare gli alert, pena rischi altissimi.
Un timore che si è trasformato in realtà nel pomeriggio, quando un missile è caduto su un palazzo e sul rifugio di una sinagoga a Beit Shemesh, a venti minuti da Gerusalemme, uccidendo nove persone. Un bilancio altissimo per questo Paese, che sulle sue difese aeree fa massimo affidamento: sabato c’era stata un’altra vittima, questa volta a Tel Aviv. A dimostrazione del fatto che anche se l’Iron dome e gli altri sistemi di intercettazione stanno funzionando bene, non sono impenetrabili.
Questa certezza, dimostrata dalla strage di ieri pomeriggio, ha spinto ancora più persone a rimanere a casa o comunque nei pressi di rifugi sperimentati. Già prima della notizia delle vittime di Beit Shemesh Israele era un Paese fantasma: vuote le strade – qui la domenica equivale al nostro lunedì e segna l’inizio della settimana, con conseguenti picchi di traffico – , chiuse le scuole e tutti gli uffici pubblici per decisione del governo. Così sarà almeno fino a martedì, poi si vedrà. Sono sbarrate anche le porte dei negozi e dei ristoranti, con il risultato che i pochi pellegrini presenti a Gerusalemme si sono ritrovati in una città deserta: come sempre accade in queste occasioni, pochissime le persone presenti in Città vecchia, dove non esistono rifugi.
A rimanere aperti sono stati i supermercati e i negozi di alimentari, che erano stati presi d’assalto due giorni fa, non appena arrivata la notizia dell’attacco: fra i primi beni a sparire – come già durante le crisi precedenti – le casse di acqua potabile e la carta igienica.
A un Paese spaventato ma orgoglioso dell’ennesimo colpo messo a punto dalle sue forze armate – ancora ieri i social network erano invasi dai video di persone che nei rifugi festeggiavano non appena si sentiva il rumore dell’Iron dome che intercettava e distruggeva i missili – si è rivolto ieri sera Benjamin Netanyahu: non con un discorso, ma con un’immagine. Il primo ministro si è fatto fotografare sul tetto della Kirya, il ministero della Difesa a Tel Aviv, l’obiettivo numero uno degli iraniani durante le precedenti ondate di attacchi, colpito almeno due volte in passato: come a dire che né lui né la nazione temono il nemico e sono pronti a sfidarlo a viso aperto. «L’azione congiunta con gli Stati Uniti ci permette di colpire il regime iraniano in maniera decisa», recita la didascalia diffusa insieme all’immagine.
Netanyahu sa bene che questa operazione è una delle scommesse più ardite della sua carriera: ma anche che nel condurla può contare sul sostegno bi-partisan della maggioranza del mondo politico (opposizione compresa) e della società, con punte di consenso dell’80 per cento fra gli elettori ebrei. Gli israeliani sono pronti per un’altra guerra: più che finisca presto, la speranza diffusa è che sia definitiva. Ovvero che completi ciò che l’altra operazione contro l’Iran - quella di giugno - ha secondo la maggioranza della popolazione e della politica lasciato a metà, e che ancora spaventa una parte amplissima di questo Paese.