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Kiana Rahmani: “Mia madre Mohammadi isolata in carcere e sotto le bombe”

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Intervista alla figlia della premio Noberl per la pace: “Non sappiamo esattamente cosa stia succedendo, siamo costantemente preoccupati per la sicurezza e la salute”
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«Cerco di rimanere forte, ma non è facile», dice al telefono Kiana Rahmani, la figlia della premio Nobel per la pace Narges Mohammadi arrestata a metà dicembre e di cui non si hanno notizie da settimane. Con il padre e il fratello, Rahmani, 21 anni, vive in esilio in Francia.

Che informazioni vi arrivano dall’Iran?

«Non sappiamo esattamente cosa stia succedendo, siamo costantemente preoccupati per la sicurezza e la salute di mia madre. Le ultime notizie su di lei sono molto limitate e risalgono a prima della guerra, quando chiamò mia zia in Iran».

I suoi familiari in Iran hanno cercato di farle visita?

«Si, ma l’accesso al carcere è stato limitato. la situazione nei penitenziari è molto tesa. Le comunicazioni sono limitate, c’e incertezza tra le famiglie. A Evin ci sono serie preoccupazioni sulle condizioni dei detenuti, ci arrivano notizie sul fatto che la distribuzione di cibo ha subito interruzioni. Non possiamo confermare in modo indipendente ogni dettaglio, ma l’inaccessibil…

«Cerco di rimanere forte, ma non è facile», dice al telefono Kiana Rahmani, la figlia della premio Nobel per la pace Narges Mohammadi arrestata a metà dicembre e di cui non si hanno notizie da settimane. Con il padre e il fratello, Rahmani, 21 anni, vive in esilio in Francia.

Che informazioni vi arrivano dall’Iran?

«Non sappiamo esattamente cosa stia succedendo, siamo costantemente preoccupati per la sicurezza e la salute di mia madre. Le ultime notizie su di lei sono molto limitate e risalgono a prima della guerra, quando chiamò mia zia in Iran».

I suoi familiari in Iran hanno cercato di farle visita?

«Si, ma l’accesso al carcere è stato limitato. la situazione nei penitenziari è molto tesa. Le comunicazioni sono limitate, c’e incertezza tra le famiglie. A Evin ci sono serie preoccupazioni sulle condizioni dei detenuti, ci arrivano notizie sul fatto che la distribuzione di cibo ha subito interruzioni. Non possiamo confermare in modo indipendente ogni dettaglio, ma l’inaccessibilità desta allarme».

Sua madre è a Zanjan?

«Si e anche li la situazione è preoccupante. Le famiglie vengono lasciate all’oscuro sulla sorte dei detenuti. Questa di per sé è una forma di pressione, non solo sui prigionieri, ma anche sui loro cari. Mi spezza il cuore pensare a mia madre e a ogni anima rinchiusa dietro le mura delle prigioni in Iran. Sono intrappolati tra la crudeltà di un regime brutale e il terrificante fragore delle esplosioni fuori dalle loro celle. Non possiamo permettere che i prigionieri politici, soprattutto quelli nel silenzio opprimente dell’isolamento, vengano dimenticati».

Cosa chiede alla comunità internazionale?

«Onu, Croce Rossa, Medici Senza Frontiere devono poter varcare quei cancelli e vedere la verità con i propri occhi. Ogni secondo che rimangono dietro le sbarre è un secondo di troppo. Devono essere liberati immediatamente».

Cosa spera per il futuro del suo paese?

«Spero nella sicurezza per mia madre, per i prigionieri e per tutto il popolo iraniano, nella libertà, nell’uguaglianza e nella democrazia. Nel rispetto della vita umana. Spero in un futuro in cui nessuna famiglia debba vivere nella paura per una persona cara solo perché ha parlato o solo in quanto donna. Spero in libertà, dignità e giustizia».

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