A Beirut il proclama di Hezbollah dalla capitale tradita e devastata: “È una lotta esistenziale”
dal nostro inviato Fabio TonacciBEIRUT – Trascinato in una guerra che non ha voluto nel nome di una fedeltà che non ha scelto, il Libano è esausto, spaventato e stufo. Come Zaher Hamadé, che ha passato la notte fuori dal pronto soccorso di Hazmieh e non ha notizie della figlia. Mormora il suo sconcerto, ma piano, non si sa mai: «Dov’è lo Stato? Perché non ci protegge? Com’è possibile che venga colpito un hotel dove ci sono solo civili?». Tre domande che restano appese. Il governo libanese non ha le risposte e quello israeliano non è interessato a darle.
Difficile, del resto, trovare una giustificazione per un missile che sfonda il tetto del Comfort, penetra i sei piani dell’edificio ed esplode al secondo, precisamente nella camera da letto di Fatima, 34 anni, la receptionist di questo albergo 4 stelle poco fuori Beirut, vecchio di cinquant’anni ma con piscina e ristorante. Fatima è la figlia di Zaher, portata d’urgenza all’ospedale Sacro Cuore, lui attende di sapere se se la caverà.
Siamo di nuovo qui, al punt…
BEIRUT – Trascinato in una guerra che non ha voluto nel nome di una fedeltà che non ha scelto, il Libano è esausto, spaventato e stufo. Come Zaher Hamadé, che ha passato la notte fuori dal pronto soccorso di Hazmieh e non ha notizie della figlia. Mormora il suo sconcerto, ma piano, non si sa mai: «Dov’è lo Stato? Perché non ci protegge? Com’è possibile che venga colpito un hotel dove ci sono solo civili?». Tre domande che restano appese. Il governo libanese non ha le risposte e quello israeliano non è interessato a darle.
Difficile, del resto, trovare una giustificazione per un missile che sfonda il tetto del Comfort, penetra i sei piani dell’edificio ed esplode al secondo, precisamente nella camera da letto di Fatima, 34 anni, la receptionist di questo albergo 4 stelle poco fuori Beirut, vecchio di cinquant’anni ma con piscina e ristorante. Fatima è la figlia di Zaher, portata d’urgenza all’ospedale Sacro Cuore, lui attende di sapere se se la caverà.
Siamo di nuovo qui, al punto di partenza. Al ronzio del drone spia che volteggia nel cielo, all’odore di bruciato nelle strade impolverate di Dahieh, ai missili sui palazzi, e che importa se sono pieni di sfollati, evacuati dal Sud e fino al fiume Litani, per ordine dell’esercito israeliano. Di nuovo centinaia di famiglie che dormono nelle macchine a Hersch Snawbar, il parco dei pini della capitale, e lungo la Corniche. Già 83 mila persone sono fuggite dal Libano meridionale, tra cui 16 mila minorenni, riferisce Save The Children. Sono quelli registrati ufficialmente, in realtà i senza casa sono molti di più.
E siamo di nuovo alla conta degli uccisi che non c’entravano niente, vittime di un conflitto mai veramente sopito tra Hezbollah e Israele. Con la Guerra del Golfo, assume il ruolo di secondo fronte, apertosi per una decisione presa non a Beirut ma a Teheran, anche se il segretario generale del Partito di Dio nega di essere eterodiretto. «Questa per noi è una battaglia esistenziale», dichiara Naim Qassem in un messaggio pubblico trasmesso da una località segreta. Non ha fatto alcun passo indietro, ne ha fatti due in avanti: «Tutti sappiano che resisteremo, moriremo combattendo senza deporre le armi».
I lanci di razzi e droni sulla Galilea, ieri anche missili a lungo raggio su un comando militare di Tel Aviv, sono ricominciati nella notte di domenica perché le milizie sciite, tra una tregua finta (397 morti per i raid Idf durante il cessate il fuoco) e la chiamata degli ayatollah a vendicare col sangue la morte della Guida Suprema, hanno scelto la seconda. Incontrando, però, una reazione immediata, brutale e pianificata.
Lo sapevano tutti. Israele voleva finire il lavoro cominciato nell’autunno del 2024, eliminare per sempre la minaccia del movimento islamista armato libanese e prendere una zona cuscinetto nel sud, unica garanzia efficace secondo Netanyahu. «Hezbollah ha dato a Israele il pretesto che cercava», è la frase che più si sente dire in queste ore nei caffé di Beirut, e non solo dai cristiani e dai sunniti. Anche gli sciiti di Amal sono arrabbiati, perché Qassem aveva garantito a Nabih Berri, lo storico leader di Amal e negoziatore con gli americani, che le sue milizie non avrebbero mosso un dito per l’Iran. E invece.
Per l’attacco notturno sull’hotel di Hazmieh, sobborgo cristiano ed elegante, ci sono quattro feriti. I morti li hanno fatti negli altri luoghi attaccati tra martedì e mercoledì: nella valle della Bekaa (otto, tra cui, secondo i media locali, due bambine e una professoressa di università), a Saadiyat e Aramoun, piccoli centri a maggioranza sunnita che ospitano migliaia di sfollati. Ad Aramoun è stato ammazzato un responsabile della Jamaa islamiya, l’organizzazione vicina ai Fratelli Musulmani. Appena venti giorni fa l’esercito israeliano era entrato nel villaggio di Kfar Chouba prelevando da casa uno dei capi.
A Saadiyat è stato preso di mira un complesso residenziale: il sindaco sostiene che ci abitano i rifugiati palestinesi e che due adolescenti sono stati uccisi, la gente parla di un dirigente della Jihad islamica che girava spesso da quelle parti. Dicono anche questo, i libanesi: che l’Idf, prima di colpire, non avverte più con la stessa frequenza di prima, la metà dei missili arriva e basta, senza comunicazioni preventive a tutela dei cittadini. Aggiornando il bilancio: 72 morti e 437 feriti.
Dov’è lo Stato, si chiede Zaher, e non solo lui. Il Consiglio dei ministri libanese per la prima volta ha dichiarato fuorilegge l’ala militare di Hezbollah, ordinando di sequestrare missili, droni e depositi. Nessuno ci crede davvero, l’esercito regolare non ha la forza per farlo e nemmeno l’interesse.
Dopo il ritiro degli israeliani dal sud del Libano nel 2000, questa è la terza guerra. Dalla prima, nel 2006, il Partito di Dio era uscito rafforzato. Dalla seconda, nel 2024, indebolito militarmente e pressato dal governo per disarmare. Tuttavia, la distruzione è stata tanta e tale che il consenso, tra gli sciiti, era persino aumentato. Con questo terzo scontro si gioca la sopravvivenza: la battaglia per gli uomini di Hezbollah, così come per la Repubblica islamica che dal 1982 li sostiene, li aizza, li finanza e li riempie di armi, è finale, esistenziale. Nel mezzo ci sono i popoli e i Paesi, tenuti in ostaggio, sofferenti. Le vittime collaterali.