Bloccando uno stretto si può mettere in ginocchio l’economia mondiale? Se si tratta di Hormuz, il grande collo di bottiglia delle rotte di petrolio e gas, ci si può almeno provare. Da quella strettoia tra Oman e Iran, appena 3,7 chilometri di corridoio navigabile nel tratto più angusto, passano in tempi di pace circa un quinto degli idrocarburi consumati a livello globale, cento navi al giorno. Ma nelle ultime ore, con missili e minacce, spingendo le assicurazioni a non coprire più la rotta, Teheran è riuscita ad azzerarle. Se tutto questo si tradurrà in uno shock economico globale, in inflazione e recessione, resta però tutto da vedere, perché dipende dalla durata del blocco. Almeno per il momento la maggior parte degli analisti e i mercati restano convinti che si risolverà in tempi brevi, scongiurando gli scenari peggiori.
Fatto sta che ieri erano circa mille le navi ferme dalle due parti dello Stretto, ufficialmente dichiarato “area di guerra”, metà delle quali dedicate al trasport…
Bloccando uno stretto si può mettere in ginocchio l’economia mondiale? Se si tratta di Hormuz, il grande collo di bottiglia delle rotte di petrolio e gas, ci si può almeno provare. Da quella strettoia tra Oman e Iran, appena 3,7 chilometri di corridoio navigabile nel tratto più angusto, passano in tempi di pace circa un quinto degli idrocarburi consumati a livello globale, cento navi al giorno. Ma nelle ultime ore, con missili e minacce, spingendo le assicurazioni a non coprire più la rotta, Teheran è riuscita ad azzerarle. Se tutto questo si tradurrà in uno shock economico globale, in inflazione e recessione, resta però tutto da vedere, perché dipende dalla durata del blocco. Almeno per il momento la maggior parte degli analisti e i mercati restano convinti che si risolverà in tempi brevi, scongiurando gli scenari peggiori.
Fatto sta che ieri erano circa mille le navi ferme dalle due parti dello Stretto, ufficialmente dichiarato “area di guerra”, metà delle quali dedicate al trasporto degli idrocarburi. Per capire la strategicità di Hormuz bisogna guardare la cartina: da lì devono passare milioni di barili di petrolio estratti da Arabia Saudita, Kuwait e Iraq; da lì deve passare il gas naturale liquefatto del Qatar, secondo produttore mondiale dietro gli Stati Uniti. L’Arabia ha una mezza alternativa, spedire parte del greggio via oleodotto sull’altra costa, quella sul Mar Rosso. Gli altri no. E i clienti sono comprensibilmente agitati. Circa l’80% degli idrocarburi che esce dal Golfo Persico alimenta le superpotenze economiche d’Asia, cioè India, Cina, Corea e Giappone. La parte restante, minore ma comunque strategica, prende la via d’Europa, che per rimpiazzare il metano di Putin ha incrementato le importazioni via nave, comprese quelle del Qatar.
L’effetto di tanta offerta improvvisamente sottratta ai mercati si vede sui prezzi, con il petrolio oltre gli 80 dollari al barile, e il metano raddoppiato a 50 euro sulla Borsa europea di Amsterdam. Il mondo può restare a secco? No. Le scorte strategiche e un’offerta molto abbondante rispetto alla domanda assicurano un cuscinetto che scongiura scenari da austerity. Un aumento prolungato dei prezzi però sarebbe in sé un bel problema, perché inizierebbe a pesare sulle bollette di famiglie e imprese, provocherebbe una nuova fiammata di inflazione – nervo scopertissimo –, potrebbe spingere le banche centrali a politiche monetarie più restrittive e finirebbe per rallentare la crescita.
La vera chiave, quindi, è il fattore tempo. Secondo lo “scenario base” descritto dagli analisti di Goldman Sachs se il blocco durasse qualche giorno e poi il traffico tornasse a normalizzarsi nell’arco di un mese l’impatto sarebbe trascurabile. Ma se invece si allungasse per cinque settimane, spingendo il prezzo del petrolio fino a 100 dollari ed oltre, potrebbe generare fino a un punto di inflazione in più nei prossimi dodici mesi, e cancellare fino a mezzo punto di crescita. Sarebbe uno scenario pesante, da “stagflazione”, soprattutto per l’Europa, dipendente sul piano energetico e balbettante in termini di crescita. Ma sarebbe doloroso anche per gli Stati Uniti, nonostante la loro autonomia su gas e petrolio, perché colpirebbe le tasche dei cittadini già afflitti dal carovita e di riflesso le speranze di Trump di vincere le elezioni Midterm. Anche per questo il presidente americano ha detto di essere pronto a far scortare le petroliere attraverso lo Stretto, come è stato fatto per mettere in sicurezza il Mar Rosso, altro passaggio chiave dei commerci globali, dai blitz degli houthi.
C’è poi uno scenario estremo, di chiusura indefinita e recessione globale, ma viene considerato davvero improbabile. Se finora il petrolio non è arrivato neppure alla soglia psicologica dei 100 dollari, nonostante questa crisi che infiamma tutto il Medio Oriente, è perché la maggior parte degli analisti e i mercati restano convinti che l’Iran non riuscirà a tenere chiuso lo Stretto a lungo. Vuoi per le scorte armate organizzate dalle marine occidentali, vuoi per la reazione dei vicini di cui sta bloccando gli affari, vuoi per le pressioni dell’alleato cinese assetato di petrolio, vuoi perché sconfitto e ridotto a più miti consigli, vuoi per la sua stessa dipendenza da esportazioni e importazioni: bloccando Hormuz l’Iran soffoca anche se stesso.