Vestito nell’abito nero del lutto, lo sguardo teso e di sfida, il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi risponde deciso alla domanda su una possibile invasione di terra di truppe americane: «Li stiamo aspettando, sarà un disastro per loro». Propaganda di guerra, certo, ma anche una verità fattuale: gli iraniani sono sicuri di poter respingere una eventuale operazione di terra, e anzi di poterci guadagnare: la convinzione è che una invasione aiuterebbe il sistema a compattarsi e susciterebbe sentimenti di orgoglio nazionale anche in una larga parte degli oppositori della Repubblica islamica.
La guerra mobilita nel sangue e nelle ideologie, più dura più aumentano il numero delle vittime, la distruzione delle infrastrutture e la fatica della popolazione civile che chiede solo una via d’uscita. Non a caso, anche Ali Larijani, il capo del Consiglio di sicurezza nazionale, manda lo stesso messaggio agli americani: «Alcuni funzionari hanno detto che intendono entrare in Iran via ter…
Vestito nell’abito nero del lutto, lo sguardo teso e di sfida, il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi risponde deciso alla domanda su una possibile invasione di terra di truppe americane: «Li stiamo aspettando, sarà un disastro per loro». Propaganda di guerra, certo, ma anche una verità fattuale: gli iraniani sono sicuri di poter respingere una eventuale operazione di terra, e anzi di poterci guadagnare: la convinzione è che una invasione aiuterebbe il sistema a compattarsi e susciterebbe sentimenti di orgoglio nazionale anche in una larga parte degli oppositori della Repubblica islamica.
La guerra mobilita nel sangue e nelle ideologie, più dura più aumentano il numero delle vittime, la distruzione delle infrastrutture e la fatica della popolazione civile che chiede solo una via d’uscita. Non a caso, anche Ali Larijani, il capo del Consiglio di sicurezza nazionale, manda lo stesso messaggio agli americani: «Alcuni funzionari hanno detto che intendono entrare in Iran via terra con diverse migliaia di truppe. I valorosi figli dell’Imam Khomeini e dell’Imam Khamenei vi stanno aspettando per smascherare quei corrotti funzionari americani con diverse migliaia di morti e prigionieri. La terra d’Iran non è un luogo per la danza dei demoni infernali».
Nei giorni scorsi la Casa Bianca non aveva escluso la possibilità di “boots on the ground”, ma è il fronte del nord la vera incognita. Trump, rivela il Washington Post, ha fatto pressione sui curdi iraniani riparati in Iraq e sui curdi iracheni perché provino a sfondare dall’Iraq nel nordovest dell’Iran, dove i pasdaran stanno già mandando rinforzi. «Sarebbe meraviglioso se volessero farlo, sarei completamente a favore», ha ammesso ieri parlando con la Reuters.
Sobillare una insurrezione etnica in Iran, tuttavia, potrebbe rivelarsi un boomerang perché la maggior parte degli iraniani, anche di diverse posizioni politiche, teme una guerra civile e la frammentazione del paese.
Il fronte interno per il regime è delicato quanto la guerra che sta combattendo all’esterno. La Repubblica islamica è arrivata allo scontro con gli americani nel momento più basso della sua legittimità interna. E sebbene i bombardamenti abbiano spinto la popolazione in casa, nella paura, l’opposizione al sistema resta. Gli apparati di sicurezza lo sanno e stanno concentrando molto dello sforzo bellico nel mantenere il controllo delle strade, promettendo di non fare prigionieri. Ieri la televisione di Stato ha mandato in onda un’intervista con Salar Velayatmadar, comandante dei pasdaran, che ha minacciato chiunque si azzardi a proferire parola con la Repubblica islamica: i nostri uomini, ha detto riferendosi ai basij, «hanno il permesso di sparare a chiunque si schieri con il nemico».