Mohsen Sazegara è l’uomo che alla fine degli anni ’70 contrabbandava in Iran le famose audio-cassette registrate con i discorsi di Khomeini. Quando nel febbraio del 1979 dall’esilio in Francia l’ayatollah tornò a Teheran, Sazegara, suo allievo e stretto collaboratore, era con lui. E al suo servizio co-fondò con altri giovani rivoluzionari «l’esercito popolare» pensato per proteggere «il Paese e la rivoluzione»: i pasdaran. Divenuto presto oppositore della teocrazia, arrestato più volte, vive da diversi anni negli Stati Uniti. «C’è una strada per evitare il caos e la guerra civile in Iran, ma Trump deve darsi un obiettivo chiaro», dice.
Cos’erano i pasdaran quando li avete fondati?
«Dopo la vittoria della rivoluzione avevamo tre preoccupazioni: la sicurezza del Paese, perché la gente aveva attaccato le guarnigioni, le stazioni di polizia, e si era presa le armi. La seconda era la difesa: temevano che gli Stati Uniti ci avrebbero attaccato. Un anno e mezzo dopo, fu l’Iraq a invad…
Mohsen Sazegara è l’uomo che alla fine degli anni ’70 contrabbandava in Iran le famose audio-cassette registrate con i discorsi di Khomeini. Quando nel febbraio del 1979 dall’esilio in Francia l’ayatollah tornò a Teheran, Sazegara, suo allievo e stretto collaboratore, era con lui. E al suo servizio co-fondò con altri giovani rivoluzionari «l’esercito popolare» pensato per proteggere «il Paese e la rivoluzione»: i pasdaran. Divenuto presto oppositore della teocrazia, arrestato più volte, vive da diversi anni negli Stati Uniti. «C’è una strada per evitare il caos e la guerra civile in Iran, ma Trump deve darsi un obiettivo chiaro», dice.
Cos’erano i pasdaran quando li avete fondati?
«Dopo la vittoria della rivoluzione avevamo tre preoccupazioni: la sicurezza del Paese, perché la gente aveva attaccato le guarnigioni, le stazioni di polizia, e si era presa le armi. La seconda era la difesa: temevano che gli Stati Uniti ci avrebbero attaccato. Un anno e mezzo dopo, fu l’Iraq a invaderci. Pensammo che se avessimo mobilitato un esercito popolare, come la Guardia Nazionale negli Stati Uniti, oltre all’esercito regolare (Artesh) ci saremmo potuti difendere ed evitare colpi di stato come quello contro Mossadegh.
«Un mostro che ha un esercito, un’organizzazione terroristica per l’esterno, che gestisce il contrabbando, condiziona la politica. Fa intelligence come il Kgb. E decide, se necessario, di sparare sul popolo».
Sono loro al comando della guerra?
«C’è un consiglio di tre persone, il presidente Pezeshkian, il capo del potere giudiziario e uno dei giuristi del Consiglio dei Guardiani, ma non hanno l’autorità che Khamenei aveva sui pasdaran. Vahidi (attuale comandante delle Guardie, ndr) e Ghalibaf (speaker del parlamento, ndr) gestiscono le operazioni. Il problema in Iran adesso è la lotta di potere per chi sarà il prossimo leader».
Quanta influenza hanno le Guardie sulla scelta della Guida suprema?
«I pasdaran non sono un’organizzazione unita. Ci sono diverse fazioni all’interno. La loro intelligence spinge per il figlio di Khamenei, Mojtaba, altre fazioni preferiscono mantenere questa leadership collettiva per un po’. Mojtaba è più brutale di suo padre. E con lui non ci sarà nessun cammino verso la pace».
Vede segni di defezioni o rotture dentro i Guardiani?
C’è la possibilità che pezzi del sistema negozino una soluzione “venezuelana”?
«Il punto è l’America. Israele ha un piano: distruggere l’Iran e non gli importa se diventa uno Stato fallito, se c’è anarchia e guerra civile. Gli Stati Uniti non hanno una strategia. Ma sono responsabili della sicurezza in quella regione: il primo passo è chiarire qual è l’obiettivo da raggiungere. La cosa migliore che possano fare è spingere per un consiglio di riconciliazione nazionale, composto da alcune persone moderate all’interno del regime e dell’opposizione, che apra le porte delle prigioni. Una persona come Mousavi, l’ex candidato presidente del movimento verde, agli arresti domiciliari da 16 anni, deve essere liberato. Un alto consiglio di riconciliazione potrebbe nominare un governo provvisorio e firmare un trattato di pace con gli Usa. Ci sono molte fazioni all’interno del regime che sono disposte a farlo: i riformisti, lo stesso Ali Larijani, o l’ex presidente Rouhani. Lasciate stare quello che dicono in pubblico adesso, in guerra. Queste persone credono da tempo che il velayat-e-faqih (il governo del giureconsulto, ndr) non abbia funzionato».
Le fazioni più intransigenti non accetterebbero un tale accordo.
«Un consiglio di riconciliazione potrebbe dare garanzie ai pasdaran perché al loro interno ci sono fazioni potenti che non vogliono essere uccise, non vogliono il caos e la guerra civile. Non defezionerebbero per consegnarsi a Israele o ai monarchici, ma una persona come Mousavi, che sanno non vuole ucciderli, può facilitare la situazione».
«Ciò che mi preoccupa di più in questa fase è che Israele stia cercando di distruggere qualsiasi struttura del regime, con il rischio di creare anarchia e guerra civile».
Cosa pensa di Reza Pahlavi?
«Non mi fido, a gennaio ha venduto un sogno al popolo iraniano: gridate il mio nome e arriverò a liberarvi con l’aiuto di Stati Uniti e di Israele. Ha guidato la resistenza civile in un disastro. Molti dei suoi sostenitori minacciano le minoranze etniche che sono il 48% della popolazione del Paese, li chiamano separatisti. E a tutti coloro che sono all’interno del regime promettono processi e vendetta. Queste idee infantili non funzioneranno. L’Iran è un Paese pluralista che non vuole essere governato da potenze straniere. Il consiglio di pace e riconciliazione è la strada per una transizione pacifica, spero che la Casa Bianca la segua».