TEL AVIV – La casa di Etgar Keret è uno dei luoghi più tranquilli di Tel Aviv. Il suono costante degli allarmi che partono dal telefonino qui non arriva, per un motivo molto semplice: l’autore più ironico della letteratura israeliana contemporanea ha disinstallato dal cellulare Tzofar, la app che qui scandisce la vita di milioni di persone avvertendo quando c’è un missile in arrivo, per evitare di essere raggiunto. «Il calcolo delle probabilità dice che la possibilità che un missile cada è bassa. E quella che ti colpisca è bassissima: mi rifiuto di entrare in questo mood di isteria collettiva», sorride Keret. Incurante anche delle lamentele dei vicini, che lo considerano un cattivo esempio per quelli che – a una settimana dall’inizio di questa ennesima guerra e di questo ennesimo round di allarmi – cominciano a stancarsi di scendere nei rifugi ogni due ore, giorno e notte.
Ci risiamo: un’altra emergenza, un’altra guerra, un’altra delle nostre chiacchierate. Partirei da dove ci er…
TEL AVIV – La casa di Etgar Keret è uno dei luoghi più tranquilli di Tel Aviv. Il suono costante degli allarmi che partono dal telefonino qui non arriva, per un motivo molto semplice: l’autore più ironico della letteratura israeliana contemporanea ha disinstallato dal cellulare Tzofar, la app che qui scandisce la vita di milioni di persone avvertendo quando c’è un missile in arrivo, per evitare di essere raggiunto. «Il calcolo delle probabilità dice che la possibilità che un missile cada è bassa. E quella che ti colpisca è bassissima: mi rifiuto di entrare in questo mood di isteria collettiva», sorride Keret. Incurante anche delle lamentele dei vicini, che lo considerano un cattivo esempio per quelli che – a una settimana dall’inizio di questa ennesima guerra e di questo ennesimo round di allarmi – cominciano a stancarsi di scendere nei rifugi ogni due ore, giorno e notte.
Ci risiamo: un’altra emergenza, un’altra guerra, un’altra delle nostre chiacchierate. Partirei da dove ci eravamo lasciati a ottobre: “Non è finita”, disse lei allora di fronte al cessate il fuoco a Gaza. Aveva ragione…
«Non era difficile. Sono due anni e mezzo che Netanyahu si pone obiettivi che, come è ovvio per chiunque sappia qualcosa, non sono realistici: vittoria completa su Hamas, condizioni per il cessate il fuoco che non possono essere implementate… L’idea di fondo è dire agli israeliani che stanno vivendo un presente insopportabile con la promessa di un futuro perfetto. Ma se poi non si affronta davvero quello che accade, ecco che i problemi tornano. E allora bisogna lanciare un’altra guerra: come a giugno quando ci era stato detto che avevamo ottenuto una vittoria storica contro l’Iran. E invece…».
Sembra la storia di un mago che con il suo incantesimo riesce a tenere gli occhi di tutti bloccati. Come è possibile che il pubblico non si svegli?
«Perché non c’è un punto chiaro, un obiettivo, a cui la gente può fare riferimento e di cui può chiedere conto. Io ho vissuto talmente tante guerre che potrei scriverne le recensioni: questa è la più oscura di tutte. Non abbiamo idea di cosa stia succedendo: l’unica cosa comprensibile è questo costante “scendete nei rifugi, uscite dai rifugi”. Il resto suona più o meno così: “Oggi Israele ha bombardato qualcosa di veramente segreto: non possiamo dirvi cosa, ma è stato grandioso”. “Oggi Israele e gli Stati Uniti hanno assassinato un consigliere molto speciale di Khamenei”, e ci dicono il nome. Poi cambiano idea: “Ah no, in realtà è un altro: ma anche lui era importante”. Ma quanti civili sono morti? Stiamo avanzando? Nessuna risposta reale. Una cosa – l’unica - che la guerra di Gaza e quella in Iran hanno in comune è che nessuna delle due ha un piano per il giorno dopo a cui fare riferimento».
Il che ci riporta al filo rosso che lei ha usato in questi due anni e mezzo per guidare i lettori attraverso queste crisi: un film a puntate che non finisce mai…
«Esattamente. Qui la gente non guarda i film o le sitcom, guarda le notizie. “Fammi vedere ora che succede nella prossima puntata”: c’è sempre una storia, c’è sempre un’emergenza. Persone come Netanyahu e Trump sono bravissime a fornire contenuti al pubblico: in particolare Trump, che viene dal mondo della tv. Accendi lo schermo e dici: “Che spettacolo farà stasera?’ Lo condanneranno per le tasse o attaccherà l’Iran?”. Magari da voi la gente parla di “Marty Supreme” o del meraviglioso nuovo libro di un giovane scrittore. Qui non così: il film di cui si parla è l’emergenza, e noi ci viviamo dentro».
Però è un film di guerra. E molto reale: con morti, case distrutte, economia paralizzata. Come si fa a non cambiare canale?
«Quello che stiamo vivendo è una specie di esperimento psicologico: con milioni di persone che cercano la fine e pensano sempre di esserci vicine, che basta aspettare solo un altro po’. Ma poi sempre si sbagliano. Ritorno alla mancanza di un piano coerente: se il piano di Trump fosse “Racconterò loro così tante barzellette orrende che dovranno arrendersi. E se non si arrenderanno, distruggerò i loro porti”, io direi che è un piano idiota, ma è un piano. Qui invece il piano non c’è: né di guerra, né di diplomazia. E tutti vanno dietro al non-piano: compresa l’Europa, che un giorno è a favore della guerra e il giorno dopo no, perché non sa cosa sia questa guerra».
Qualche mese fa lei ci disse che riteneva l’Iran una minaccia per Israele, e che andava fermato: otto mesi e una guerra dopo, lo pensa ancora?
«Resto convinto che l’Iran sia una enorme minaccia: per Israele e per il mondo. E che sia giusto che venga neutralizzata. Ma non significa che quello che sta facendo Trump per me abbia senso. Faccio parte del gruppo di persone che – già da una settimana dopo l’inizio della guerra a Gaza – ha chiesto quale fosse il piano per il giorno dopo. Non abbiamo ancora risposta. Siamo in una infinita nebbia di guerra: a Gaza, come in Iran».
Una nebbia che, guardandola dall’estero, nasconde molte cose di questo Paese…
«Quello che stanno facendo i coloni in Cisgiordania. O il tasso altissimo di criminalità nelle comunità arabe, che la polizia di Ben Gvir rifiuta di affrontare. Oppure le assurdità di certi ministri. Ma anche il fatto che l’antisemitismo è aumentato e colpisce anche chi con certe scelte non c’entra niente. È il nostro film: e purtroppo ci siamo dentro».