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Teheran: “Piove greggio dal cielo mai visto niente di simile”

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Gli iraniani messi alla prova dalla calamità tossica, divisi tra chi inizia a dubitare e chi chiede che gli Usa finiscano il lavoro
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Il governo dice: restate in casa, ma anche lì non si riesce a respirare. Teheran affoga, nel fumo del carburante bruciato e nell’incertezza su come il cielo sarà domani: ancora tutto nero? È la realtà ma anche la metafora di una megalopoli da 10 milioni di abitanti che vive oppressa: dal regime, dalle bombe, dai sensi di colpa.

«Mia madre ha sparso ovunque vaporizzatori di incenso, qualcuno si è procurato delle maschere di ossigeno. Non ho mai visto niente di simile. Stamattina pioveva ufficialmente petrolio, l’odore di petrolio era ovunque, anche sui vestiti», racconta Mehdi, che chiede di non essere identificato con il suo vero nome per ragioni di sicurezza. È originario di Karaj, un’oretta di macchina da Teheran. Ha provato a ripararsi dalla nube nera, ma non c’è rifugio. Nelle chat gira un vademecum con pochi consigli per sopravvivere alla puzza e ai gas tossici, in una città che è già tra le più inquinate dell’Asia occidentale. «Su X dicono che bisogna usare mascherine N95, …

Il governo dice: restate in casa, ma anche lì non si riesce a respirare. Teheran affoga, nel fumo del carburante bruciato e nell’incertezza su come il cielo sarà domani: ancora tutto nero? È la realtà ma anche la metafora di una megalopoli da 10 milioni di abitanti che vive oppressa: dal regime, dalle bombe, dai sensi di colpa.

«Mia madre ha sparso ovunque vaporizzatori di incenso, qualcuno si è procurato delle maschere di ossigeno. Non ho mai visto niente di simile. Stamattina pioveva ufficialmente petrolio, l’odore di petrolio era ovunque, anche sui vestiti», racconta Mehdi, che chiede di non essere identificato con il suo vero nome per ragioni di sicurezza. È originario di Karaj, un’oretta di macchina da Teheran. Ha provato a ripararsi dalla nube nera, ma non c’è rifugio. Nelle chat gira un vademecum con pochi consigli per sopravvivere alla puzza e ai gas tossici, in una città che è già tra le più inquinate dell’Asia occidentale. «Su X dicono che bisogna usare mascherine N95, ne ho prese alcune per la mia famiglia, ma l’odore si sente ancora». Saed e i suoi amici fuggono dalla città, verso nord, qualche giorno per riprendere fiato. Ma anche lì nulla è sicuro. «Andiamo dal fratello di un mio amico che ha una casa in montagna, ma ci ha detto che i bombardamenti hanno colpito la rete elettrica, non c’è corrente, e lì nevica». Gli ospedali già carichi dei feriti di guerra, almeno 10mila secondo la Mezzaluna Rossa, devono fronteggiare anche l’emergenza aria. La zia di Mehdi soffriva di problemi respiratori, «con la nube è peggiorata e l’abbiamo portata in ospedale».

La speranza o forse l’illusione della «guerra lampo contro il regime», dei bombardamenti «facili e mirati» svanisce col passare delle ore. I danni alle infrastrutture e le vittime civili - almeno 1.200 secondo la Mezzaluna rossa, tra cui oltre 100 bambini - «hanno reso esitanti persino i sostenitori della guerra», racconta Mehdi. «Alcuni continuano a vederla come l’unica via d’uscita da questa situazione, ma anche loro hanno paura delle esplosioni e alcuni hanno abbandonato le città. Altri pensano che debba essere fermata per dare una possibilità alla democrazia». Una sola cosa accomuna tutti: «Nessuno pensa che la sopravvivenza della Repubblica Islamica sia nell’interesse del popolo e dell’Iran».

Arash, che vive a Kermanshah, ha paura «che gli americani si fermino adesso lasciandoci a gestire un regime inferocito. Devono finire il lavoro». Nonostante la guerra, le autorità continuano a tenere il piede sul collo della popolazione. Internet è bloccato, e cominciano a saltare anche diverse antenne satellitari, aumentando il senso di incertezza e spaesamento della popolazione. «Potreste non crederci, ma anche adesso le pressioni della sicurezza non si fermano un istante: tagliano le Sim, minacciano, fanno tutto il possibile per impedire che venga ascoltata qualsiasi voce che non sia la loro». A Karaj, Mehdi ha assistito a una scena che non riesce a dimenticare: «Persino una guardia giurata di 60 anni è stata picchiata perché durante un funerale uno aveva gridato “Morte al dittatore” e pensavano che fosse colpa dell’anziano. Gli hanno rotto il telefono, lo hanno picchiato e se ne sono andati. Erano tutti armati, l’ho portato io in ospedale».

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