BEIRUT – Pressato non da una, ma da due battaglie — la prima vera, esistenziale e finale contro Israele, la seconda poco più che simulata contro l’esercito libanese — il Partito di Dio si affida alla lotta armata. A oltranza. Con la convinzione che tutte le chiamate del governo al disarmo dei miliziani sciiti si schianteranno sul sistema di potere e istituzioni colluse che, da decenni, tiene in ostaggio il Libano. Come dimostra ciò che è appena successo in un’aula del tribunale militare: tre sostenitori di Hezbollah, arrestati in flagranza il 3 marzo perché trasportavano pistole e fucili, sono stati rimessi in libertà pagando una cauzione di 21 dollari.
«Chi ha lanciato i missi…
BEIRUT – Pressato non da una, ma da due battaglie — la prima vera, esistenziale e finale contro Israele, la seconda poco più che simulata contro l’esercito libanese — il Partito di Dio si affida alla lotta armata. A oltranza. Con la convinzione che tutte le chiamate del governo al disarmo dei miliziani sciiti si schianteranno sul sistema di potere e istituzioni colluse che, da decenni, tiene in ostaggio il Libano. Come dimostra ciò che è appena successo in un’aula del tribunale militare: tre sostenitori di Hezbollah, arrestati in flagranza il 3 marzo perché trasportavano pistole e fucili, sono stati rimessi in libertà pagando una cauzione di 21 dollari.
«Chi ha lanciato i missili (contro lo Stato ebraico, ndr) vuole provocare il crollo del Libano per conto dell’Iran», accusa il presidente Joseph Aoun, cristiano maronita come per legge deve essere il capo dello Stato. Ieri era collegato in video-conferenza con i rappresentanti delle istituzioni europee. Il riferimento è ai 6 razzi e agli 8 droni che una settimana fa sono stati puntati sulla Galilea, scatenando l’immediata reazione di chi aveva già un piano d’attacco pronto.
«La decisione sulla guerra e sulla pace deve restare prerogativa dello Stato», ribadisce Aoun, che apre alla ripresa del negoziato con Israele «per porre fine all’escalation», tramite la mediazione — scrive il sito Axios — dell’ambasciatore statunitense Tom Barrack. Netanyahu non pare interessato, vuole sfruttare la crisi regionale per chiudere per sempre la partita con Hezbollah, decapitandone i vertici, uccidendo quanti più miliziani possibile e creando una zona cuscinetto sotto al fiume Litani. Un piano strategico elaborato da tempo, né semplice né scontato.
«Hezbollah ha ancora almeno 20 mila combattenti addestrati, su un totale di circa 100 mila affiliati schierabili», spiega a Repubblica Ghassan Jawad, uno dei più noti e ascoltati analisti libanesi. Ventimila sono un po’ meno della metà degli uomini di cui disponeva prima del conflitto del 2024. «Sul terreno può sostenere una guerra di lungo termine, anche se Israele ha il vantaggio tecnologico. I libanesi non accetteranno mai un’altra occupazione, se anche la resistenza di Hezbollah venisse sbaragliata ne nascerebbe subito un’altra».
Diverse fonti locali sostengono che i capi militari del Partito di Dio siano tuttora nascosti nei sotterranei di Dahieh, il sobborgo-roccaforte a sud di Beirut che l’Idf bombarda giorno e notte, dopo averne ordinato l’evacuazione di massa. L’arsenale, invece, è sparso in mille rifugi, tunnel e depositi segreti nel sud e nella Valle della Bekaa. In termini di missili e droni, la stima più attendibile indica che ne posseggano il 15-30 per cento di quanti ne avevano due anni fa. I media israeliani scrivono che il gruppo ha approssimativamente 25 mila razzi (i vecchi Fajr-3 e Fajr-5 a corto raggio) ma anche i Fadi-2, più pesanti e precisi. E le cronache di questi giorni raccontano della capacità di colpire, coordinandosi con i lanci dall’Iran, anche fino a Tel Aviv.
«La nostra scelta non è tra la guerra e la pace, ma tra la guerra e la resa alle umilianti condizioni del nemico», afferma il parlamentare Mohammad Raad, capo del blocco Lealtà alla resistenza, molto critico con la scelta del governo di dichiarare fuorilegge l’ala militare di Hezbollah: «Così incoraggia il nemico israeliano».
Il rischio perenne, in Libano, è quello di incrinare il fragile equilibrio tra gruppi etnici e religiosi su cui si regge lo Stato. E che dunque il pugno duro chiesto ora dall’esecutivo all’esercito libanese possa sfociare in una guerra civile. «Se il comandante delle forze armate spinge troppo nel cercare le armi dei miliziani qui succederà un putiferio», ragiona Jawad, l’analista. «La linea rossa? I depositi dei missili. Se i soldati saranno chiamati a sequestrarli, non limitandosi a qualche arresto e a qualche lanciarazzi recuperato nel sud, Hezbollah reagirà, potendo contare su una parte del corpo militare che diserterà in suo favore». È un pericolo che aleggia e che si nutre dell’astio, covato da molti libanesi anche della comunità sciità, nei confronti della decisione di Hezbollah di provocare Israele. Finora le operazioni di polizia contro i miliziani sono state modeste, di facciata. Ancora si esce dal carcere con 21 dollari.