SIDONE – Non ci sarà tregua. Non a breve. Neanche di fronte a una proposta storica, che il Libano non aveva mai avanzato: negoziare direttamente con Israele, dunque di fatto riconoscerlo, parlarsi faccia a faccia, da un lato del tavolo i libanesi dall’altro gli israeliani, e farlo in territorio neutro, a Cipro, a patto che il fuoco cessi per un mese. Netanyahu, però, non è interessato.
Alla diplomazia del compromesso il premier israeliano preferisce i carri armati, certo di poter contare sull’appoggio incondizionato dell’alleato americano, che niente dice dei 773 morti, dei 1.993 feriti e degli 816 mila sfollati provocati da tredici giorni di bombe. E che niente ha da obiettare sul piano di occupazione, che completerà la fascia cuscinetto attorno a Israele: il sud del Libano, il Golan siriano, le colonie in Cisgiordania, la yellow line a Gaza.
L’iniziativa del presidente Joseph Aoun, che ieri a Beirut ha ricevuto la visita del segretario generale delle Nazioni Unite António Guter…
SIDONE – Non ci sarà tregua. Non a breve. Neanche di fronte a una proposta storica, che il Libano non aveva mai avanzato: negoziare direttamente con Israele, dunque di fatto riconoscerlo, parlarsi faccia a faccia, da un lato del tavolo i libanesi dall’altro gli israeliani, e farlo in territorio neutro, a Cipro, a patto che il fuoco cessi per un mese. Netanyahu, però, non è interessato.
Alla diplomazia del compromesso il premier israeliano preferisce i carri armati, certo di poter contare sull’appoggio incondizionato dell’alleato americano, che niente dice dei 773 morti, dei 1.993 feriti e degli 816 mila sfollati provocati da tredici giorni di bombe. E che niente ha da obiettare sul piano di occupazione, che completerà la fascia cuscinetto attorno a Israele: il sud del Libano, il Golan siriano, le colonie in Cisgiordania, la yellow line a Gaza.
L’iniziativa del presidente Joseph Aoun, che ieri a Beirut ha ricevuto la visita del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, è un passo di necessità che non tutti, nel governo libanese, sono disposti a fare. Il potente Nabih Berri, capo del partito Amal e da 36 anni presidente dell’Assemblea parlamentare, non ha voluto indicare alcun nome in rappresentanza della comunità sciita nella delegazione libanese, dove sono già stati scelti i delegati sunniti, cristiani, drusi. In ogni caso, non avrebbero dove sedersi perché manca il tavolo della trattativa.
Il governo di Israele ha declinato l’offerta, accusando l’esercito libanese di non voler fare ciò che, in concreto, non può fare: disarmare i miliziani di Hezbollah, sequestrando loro armi e missili e arrestando chi non accetta di deporre il fucile. Chiunque conosca su quale delicato equilibrio si regge il Libano, dove il 30 per cento dei soldati è sciita, sa che l’ordine, se eseguito, scatenerebbe un altro conflitto civile.
«Il Libano pagherà un prezzo sempre più alto in termini di perdita di territorio e danni alle infrastrutture finché non disarmerà Hezbollah», afferma il ministro israeliano della Difesa, Israel Katz, che non crede alla possibilità, pur messa sul piatto, che l’esercito regolare venga schierato a Dahieh, il quartiere roccaforte del Partito di Dio. Il sobborgo di Beirut è battuto ogni giorno dalle bombe degli aviatori dell’Idf. Come il resto del Paese. Ieri hanno distrutto un ponte sul Litani, sostenendo che fosse usato dai miliziani, poi, in un altro raid a Sidone, hanno fatto una strage nel quartiere El Fawar, dove vivono famiglie palestinesi e siriane e dove, giovedì, erano arrivati degli sfollati: 9 vittime, tra cui 5 bambini. Non è chiaro chi fosse l’obiettivo. Attaccato anche un centro medico a Borj Qalaouiye, diverse le vittime, come riportano i media locali. Al sud diciotto sono le postazioni già prese dalle truppe israeliane, comprese le cinque che, in violazione dell’accordo del novembre 2024, mantenevano prima del conflitto.
Un attacco ha infine colpito la base Unifil di Mais al-Jabal, vicino al confine, quartier generale di un battaglione del Nepal, ma nessun soldato è rimasto ferito.
Al ministro, in serata, risponde Naim Qassem, il segretario di Hezbollah. «Siamo pronti a un lungo confronto, a Katz dico: se vuoi entrare fallo pure, ma non avrai i mezzi per mantenere il terreno. Siamo pronti a un lungo confronto, vi sorprenderemo, vinceremo».
Spiragli di pace non se ne vedono. «Non è più il tempo dei gruppi armati, questo è il tempo degli Stati forti», dichiara Guterres, davanti a Aoun, presidente di uno Stato fallito che tutto è tranne che forte e solido. «Il Libano è stato trascinato in una guerra che il suo popolo non desidera», dice il segretario Onu, semplificando una realtà che è più complessa di come la pone. «Lancio un appello per raccogliere 325 milioni di dollari in aiuti umanitari».
Gli israeliani negozieranno solo con gli americani un’eventuale tregua: non danno credito né alle autorità libanesi, né — come raccontano a Repubblica fonti del governo di Beirut — alla mediazione dei francesi che partecipavano alle riunioni del meccanismo di controllo previsto dall’accordo. Detta in sintesi: solo Trump può costringere Netanyahu alla de-escalation e Trump, al momento, pensa solo all’Iran.