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Teheran, sfida sotto ai missili: i leader in piazza tra i sostenitori

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Una donna muore negli attacchi, ma il corteo va avanti. Pezeshkian scambia selfie e saluti. Larijiani all’Amministrazione Usa: “Noi nascosti? Siamo tra la gente, voi sull’isola di Epstein
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Guerra di propaganda tra Washington e Teheran. È mattina quando in piazza Valiasr, nella capitale iraniana, migliaia di sostenitori della Repubblica islamica rispondono alla chiamata dei leader e sfilano per il giorno di al Quds, la ricorrenza pro-Palestina che si tiene ogni ultimo venerdì di Ramadan. Il corteo avanza al grido di «morte all’America», «morte a Israele», mentre sullo sfondo si sentono i boati delle esplosioni provocate dai missili israeliani, una colonna di fumo si alza sul corpo della manifestazione, la folla urla “Allah u Akbar”. Una donna muore nell’attacco, la marcia continua con ancora più vigore.

Sfilano nel corteo alcuni dei principali leader iraniani: Ali Larijani, segretario del consiglio di sicurezza, l’unico a mostrarsi in pubblico della triade che sta gestendo la guerra, insieme allo speaker del Parlamento Ghalibaf e al comandante dei pasdaran, Vahidi; il capo della magistratura, l’ultraconservatore Gholam Hossein Mohseni Ejei, il presidente Pezeshkian,…

Guerra di propaganda tra Washington e Teheran. È mattina quando in piazza Valiasr, nella capitale iraniana, migliaia di sostenitori della Repubblica islamica rispondono alla chiamata dei leader e sfilano per il giorno di al Quds, la ricorrenza pro-Palestina che si tiene ogni ultimo venerdì di Ramadan. Il corteo avanza al grido di «morte all’America», «morte a Israele», mentre sullo sfondo si sentono i boati delle esplosioni provocate dai missili israeliani, una colonna di fumo si alza sul corpo della manifestazione, la folla urla “Allah u Akbar”. Una donna muore nell’attacco, la marcia continua con ancora più vigore.

Sfilano nel corteo alcuni dei principali leader iraniani: Ali Larijani, segretario del consiglio di sicurezza, l’unico a mostrarsi in pubblico della triade che sta gestendo la guerra, insieme allo speaker del Parlamento Ghalibaf e al comandante dei pasdaran, Vahidi; il capo della magistratura, l’ultraconservatore Gholam Hossein Mohseni Ejei, il presidente Pezeshkian, che cammina senza scorta, scambia saluti, strette di mano e selfie con alcuni passanti. C’è anche Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri che per oltre 20 anni ha trattato sul nucleare con l’Occidente. È a lui che un gruppo di manifestanti si rivolge quando urla «morte al compromesso». In strada ci sono i duri, la base più radicalizzata e ideologicamente fedele della Repubblica islamica che vede la fazione politica a cui Araghchi appartiene come il ventre molle della rivoluzione khomeinista, anche questa una conseguenza del ritiro unilaterale degli americani dall’accordo sul nucleare del 2015 che ha distrutto politicamente i riformisti e il fronte politico che voleva il dialogo con l’Occidente.

Negli stessi minuti, da un’ala del Pentagono, il ministro della guerra americano Pete Hegsteh gonfia il petto: la guida suprema Mojtaba Khamenei è «ferita e probabilmente sfigurata», dice, «i leader iraniani si nascondono, impauriti, è quello che fanno i topi». L’effetto, con mezzo governo iraniano in piazza, in contemporanea, sotto le bombe, è straniante. Lo sa bene Larijani, che coglie l’occasione in diretta e risponde all’americano via X: «Signor Hegseth! I nostri leader sono stati, e ancora sono, tra la gente. I vostri leader invece? Sull’isola di Epstein!».

È un’occasione d’oro per il regime di mostrare consenso e resilienza, per provare a motivare ancora di più la base colpita nelle ultime notti ai droni israeliani che hanno preso di mira i checkpoint dei basij, i paramilitari, e della sicurezza interna. L’immagine dei leader iraniani in piazza stride anche con il comunicato che arriva poco dopo da Washington: gli Stati Uniti offrono 10 milioni di dollari a chi fornisce informazioni sui vertici della Repubblica islamica, a partire proprio da Larijani, Khamenei, e poi il ministro dell’Interno Eskandar Momeni e il ministro dell’Intelligence Esmail Khatib.

A Teheran intanto i soccorritori corrono da un cratere all’altro cercando i superstiti dei bombardamenti. Oltre 1.200 i morti finora, almeno 21mila strutture civili colpite, afferma la Mezzaluna rossa. Alcune aziende, raccontano fonti iraniane, cominciano ad avere difficoltà con gli approvvigionamenti. La guerra che non si vede e frantuma le vite di molti iraniani, stretti tra i raid americano-israeliani e le minacce della sicurezza interne di una repressione ancora più dura. Eventuali proteste di piazza «aizzate dal nemico» riceveranno «una risposta ancora più devastante di quella dell’8 gennaio», tuonano i Pasdaran che dopo il tramonto riprendono a bersagliare Israele, gli Emirati, Erbil. L’autostrada a sud di Tel Aviv viene colpita con un missile a grappolo, mentre migliaia di marines navigano dal Giappone verso il Medioriente, un segnale che la guerra potrebbe durare ancora a lungo e intensificarsi, a dispetto dei tanti, nell’amministrazione Usa e in Europa, che chiedono a Trump di trovare una via d’uscita.

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