Non avevamo più notizie di Sam da una settimana. Nell’ultima mail sembrava fiducioso che le cose sarebbero «cambiate in meglio». Ieri, a mezzanotte e mezza, una notifica ha illuminato il display. «Ciao, se stai leggendo significa che sono vivo e dopo 72 ore sono finalmente riuscito a ristabilire la connessione. Qui siamo sotto attacco, dei mullah e dei missili. Di notte c’è ancora chi canta slogan dalla finestra, ma le forze di sicurezza entrano nelle case, armate, minacciano. Sentiamo le esplosioni, ma non sappiamo dove abbiano colpito. Stanno gradualmente disattivando i data center: la situazione potrebbe precipitare verso un blackout totale, come a dicembre».
Dopo pochi minuti, Sam è scomparso di nuovo. Diciassette giorni di guerra hanno imposto il silenzio su Teheran. Internet è bloccato per milioni di persone. Non tutti, certo. Ogni sera, dopo la cena dell’Iftar che rompe il digiuno di Ramadan, le strade della capitale si riempiono di sostenitori del governo, con la bandiere…
Non avevamo più notizie di Sam da una settimana. Nell’ultima mail sembrava fiducioso che le cose sarebbero «cambiate in meglio». Ieri, a mezzanotte e mezza, una notifica ha illuminato il display. «Ciao, se stai leggendo significa che sono vivo e dopo 72 ore sono finalmente riuscito a ristabilire la connessione. Qui siamo sotto attacco, dei mullah e dei missili. Di notte c’è ancora chi canta slogan dalla finestra, ma le forze di sicurezza entrano nelle case, armate, minacciano. Sentiamo le esplosioni, ma non sappiamo dove abbiano colpito. Stanno gradualmente disattivando i data center: la situazione potrebbe precipitare verso un blackout totale, come a dicembre».
Dopo pochi minuti, Sam è scomparso di nuovo. Diciassette giorni di guerra hanno imposto il silenzio su Teheran. Internet è bloccato per milioni di persone. Non tutti, certo. Ogni sera, dopo la cena dell’Iftar che rompe il digiuno di Ramadan, le strade della capitale si riempiono di sostenitori del governo, con la bandiere e i cori contro la guerra, l’aggressione illegale dell’America e di Israele. Loro Internet ce l’hanno, hanno voce, volti, le immagini finiscono in loop sulla tv nazionale. Alla giornalista della Cbs Margaret Mary Brennan, che gli chiedeva come mai potesse connettersi via Zoom mentre il popolo iraniano resta disconnesso, il ministro degli Esteri Araghchi ha risposto rivendicando l’investitura: «Io sono la voce degli iraniani e devo difendere i loro diritti... Internet è bloccato per motivi di sicurezza, perché siamo sotto attacco».
Gli agenti vanno a caccia di Starlink, averlo costa la prigione. Almeno 500 persone sono state arrestate con l’accusa «di aver condiviso informazioni con i nemici», conferma il capo della polizia, Ahmadreza Radan, che due giorni fa aveva mandato un avvertimento spaventoso: «Chi protesta sarà considerato un nemico. Siamo pronti a premere il grilletto».
Elham ha elaborato una strategia, si sposta almeno un paio di volte al giorno, in diversi punti della città, cercando una crepa nella muraglia digitale. Quando ci riesce scrive compulsivamente, un messaggio dopo l’altro: non ha tempo per conversare, ha paura. «Siamo tutti sconvolti. Molti temono che i mullah possano raggiungere un accordo con Trump, ma sperano che lui colpisca ancora. Non è che vogliano la guerra, hanno paura che i religiosi restino al potere. Dicono che, se restano, saremo spacciati. Che un Paese in rovina senza i mullah sia meglio di un Paese prospero con loro».
Le strade sono deserte, non sembrano i giorni di festa prima del Nowruz, il capodanno persiano, che cade giovedì prossimo, quando l’aria della primavera si mescola al profumo speziato del baghali ghatogh, lo stufato di fave, e della frutta secca nei bazaar affollati di Teheran. La capitale ora puzza di polvere da sparo. «Sono tutti esausti e demotivati. Sembrano tutti depressi. È davvero brutto. Hanno paura, sono preoccupati. Le persone come mio zio dicono che alla fine i mullah rimarranno al potere. Papà è convinto che se ne andranno. Io sono confusa». Le sue amiche anche di più. «Temono che se questi capi resteranno si vendicheranno e sfogheranno la loro rabbia su di noi. Le ragazze hanno paura di vivere soffocate, vessate dalla polizia morale. Oggi una mi ha detto: “Se restano loro, sarà finita, indosserò un chador e mi unirò ai basij”». Ai posti di blocco dei paramilitari sono comparse anche donne armate, a volte coperto, mostrano solo gli occhi. «È la prima volta che le vedo», racconta ancora Elham. Molti hanno lasciato Teheran, verso il nord o verso le montagne, ma può farlo solo chi ha un posto dove stare e i soldi per arrivarci. Lei no. La sua azienda non ha ancora pagato gli stipendi. L’altro giorno ha cambiato cinque bancomat prima di trovarne uno che avesse i contanti. «Chi ha un po’ di soldi ha paura di spenderli, ci sono voci che, se la guerra dura, potrebbe esserci una carestia».
Per ora, nei negozi di cibo ce n’è in abbondanza, il problema sono i prezzi: sei o sette milioni di toman per un sacco da 10 kg di riso, significa più di 40 euro. Un biglietto aereo da Teheran a Mashhad, che prima costava un milione di toman, ora ne costa nove. Elham fa i conti, vorrebbe andare via, anche solo «una notte fuori da Teheran».