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Al summit Meloni frena e si affida a Macron: “Chiedi mandato Onu per riaprire lo Stretto di Hormuz”

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Nel chiuso del vertice la premier prova ad allontanare lo spettro dell’intervento militare, ma senza discostarsi da Trump
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BRUXELLES – A un certo punto, Giorgia Meloni cita Emmanuel Macron. Di più: si rivolge a lui durante la sessione dedicata al Medio Oriente, chiedendogli di muoversi a nome dell’Europa. La Francia è l’unico membro dell’Unione europea a sedere nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Domanda al Presidente quali «margini» realisticamente esistano per ottenere dall’Onu un mandato per pianificare e rendere operativa una missione multilaterale che permetta il transito dallo Stretto di Hormuz, da giorni ostaggio della ritorsione iraniana. Indica anche una piattaforma su cui costruire l’eventuale missione: dovrebbe vegliare sul transito delle navi provenienti dai Paesi non belligeranti, come i partner europei e la Cina. L’iniziativa, aggiunge, potrebbe essere ben vista da Pechino, che dipende da quello snodo commerciale e a sua volta siede nel consesso del Palazzo di vetro.

È il passaggio più delicato e che meglio sintetizza la posizione italiana. Un ragionamento anticipato nei con…

BRUXELLES – A un certo punto, Giorgia Meloni cita Emmanuel Macron. Di più: si rivolge a lui durante la sessione dedicata al Medio Oriente, chiedendogli di muoversi a nome dell’Europa. La Francia è l’unico membro dell’Unione europea a sedere nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Domanda al Presidente quali «margini» realisticamente esistano per ottenere dall’Onu un mandato per pianificare e rendere operativa una missione multilaterale che permetta il transito dallo Stretto di Hormuz, da giorni ostaggio della ritorsione iraniana. Indica anche una piattaforma su cui costruire l’eventuale missione: dovrebbe vegliare sul transito delle navi provenienti dai Paesi non belligeranti, come i partner europei e la Cina. L’iniziativa, aggiunge, potrebbe essere ben vista da Pechino, che dipende da quello snodo commerciale e a sua volta siede nel consesso del Palazzo di vetro.

È il passaggio più delicato e che meglio sintetizza la posizione italiana. Un ragionamento anticipato nei confronti bilaterali con Emmanuel Macron e Friedrich Merz, poi di fronte ai Ventisette. Spiega, soprattutto, preoccupazioni e prospettive della presidente del Consiglio, allarmata dalla possibilità che il documento a sei firmato con Francia, Regno Unito, Germania, Olanda e Giappone possa essere interpretato per quello che effettivamente è: un’apertura all’ipotesi di un intervento alleato a sostegno delle operazioni Usa nello Stretto.

Questo scenario è allarmante, per Meloni. Deve frenarlo. Conosce quanto impopolare sia la guerra di Trump. Sa che l’opinione pubblica italiana – in giorni di scintille referendarie – vivrebbe male opzioni così radicali (senza contare le resistenze leghiste). E però, la premier non può sfilarsi del tutto: se Parigi e Londra concedono qualcosa al tycoon dopo giorni di minacce, deve comunque restare nel gruppone alleato. Ciononostante, teme il messaggio che l’Italia si trovi a un passo da un intervento militare. E così, invoca l’Onu. Non basta. A mezzanotte si presenta davanti alle telecamere e dice: «Mi pare che ci siano state interpretazioni un po’ forzate. Nessuno pensa a una missione militare per forzare il blocco nello Stretto. Ci interroghiamo su come possiamo offrire un contributo - quando dovessero esserci le condizioni, ragionevolmente in una fase post-conflitto e d’accordo con le parti - per garantire e difendere la libertà di navigazione». «Siano le Nazioni Unite ad offrire la cornice giuridica», aveva sostenuto poco prima Guido Crosetto.

Non può strappare con Trump, ma la leader fatica a seguirne e interpretarne le mosse. Le intelligence europee, e dunque anche quella italiana, patiscono il buio informativo dei servizi americani e israeliani. In fondo, è il senso di Meloni quando con i colleghi ammette che non si intravede il «punto di caduta» della crisi, né cosa potrebbe far dire a Washington “missione compiuta”. Non è facile decrittare la strategia americana, sembrano quasi seguire il flusso degli eventi, senza del tutto governarlo. Tutto questo «allarma». Serve una de-escalation. Come arrivarci, tocca alla diplomazia.

Anche in questo caso, Meloni si mette in scia di Macron, ricordando che il Presidente ha giustamente invocato al mattino una tregua. L’Europa può tentare di condizionare Trump e contestualmente muoversi per fermare la reazione iraniana nella regione. Una necessità politica ed economica per porre un argine all’offensiva contro gli Stati del Golfo, esposti a un potenziale conflitto regionale totale «dagli esiti imprevedibili». Roma, nel frattempo, deve fronteggiare gli effetti dell’escalation sul piano geopolitico. Il Libano, in particolare, toglie il sonno a Meloni. Lo spiega ai colleghi, bollando come «disastrosa» l’eventuale implosione del Paese. Bisogna quindi fare di tutto per frenare Israele, perché l’alternativa è una pressione migratoria che potrebbe diventare «ingestibile». Non a caso, la leader scrive con altri Paesi alle istituzioni europee per sollecitare un «coordinamento in caso di nuove ondate».

Pubblicamente, però, Meloni continua ad attestarsi su una linea di cautela. Nel podcast registrato tre giorni fa con Fedez, chiede: «È più pericolosa una guerra oggi per impedire all’Iran di avere una bomba nucleare o che il regime degli ayatollah possa attaccarmi domani con una bomba nucleare? Così lo scenario diventa un po’ più complesso…». Né d’altra parte avrebbe senso condannare esplicitamente l’offensiva Usa all’Iran. E non perché si senta «vigliacca», ma perché potrebbe aprire uno «scenario pericoloso», visto che soprattutto da Washington dipende la sicurezza occidentale.

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