In un altro tempo, Mohommed Baqer Ghalibaf sarebbe stato ricordato come il prototipo dell’astuzia di chi riesce a rimanere sempre in sella, e poco più: un tecnocrate con credenziali da rivoluzionario, avendo combattuto nella guerra Iran-Iraq, ma incapace di vincere un’elezione, pur essendosi candidato alla presidenza per ben quattro volte. La guerra di inganni, depistaggi e uccisioni dell’intelligence israeliana ha fatto del presidente del Parlamento iraniano uno degli uomini più influenti a Teheran. E l’interlocutore, indicano gli israeliani, di un possibile negoziato con gli Stati Uniti.
Lui nega con veemenza, diverse fonti iraniane confermano che l’offerta c’è stata, tramite intermediari: un faccia a faccia tra J.D. Vance e Ghalibaf a Islamabad, in Pakistan, per cercare una via di uscita dalla guerra. La Repubblica islamica non funziona più in modo convenzionale: una parte significativa della vecchia leadership è stata decapitata. Le nuove generazioni hanno dimostrato di riusc…
In un altro tempo, Mohommed Baqer Ghalibaf sarebbe stato ricordato come il prototipo dell’astuzia di chi riesce a rimanere sempre in sella, e poco più: un tecnocrate con credenziali da rivoluzionario, avendo combattuto nella guerra Iran-Iraq, ma incapace di vincere un’elezione, pur essendosi candidato alla presidenza per ben quattro volte. La guerra di inganni, depistaggi e uccisioni dell’intelligence israeliana ha fatto del presidente del Parlamento iraniano uno degli uomini più influenti a Teheran. E l’interlocutore, indicano gli israeliani, di un possibile negoziato con gli Stati Uniti.
Lui nega con veemenza, diverse fonti iraniane confermano che l’offerta c’è stata, tramite intermediari: un faccia a faccia tra J.D. Vance e Ghalibaf a Islamabad, in Pakistan, per cercare una via di uscita dalla guerra. La Repubblica islamica non funziona più in modo convenzionale: una parte significativa della vecchia leadership è stata decapitata. Le nuove generazioni hanno dimostrato di riuscire a rimanere compatte, pure sotto il fuoco: non ci sono state, al momento, significative defezioni. Ma dietro le quinte la confusione è reale. Gli assassinii, gli attacchi, i disordini interni mettono a rischio la tenuta del sistema. I pasdaran, come il clero, non sono insiemi chiusi, ma organismi composti da fazioni, correnti e faide. E Ghalibaf è tra i pochi ad avere una conoscenza antica di tutti i pezzi dell’ingranaggio, e una storia di fedeltà alla Repubblica islamica che gli consente di essere ora al centro della scena.
Sessantaquattro anni, originario di Mashhad, è stato uno dei comandanti più giovani dei pasdaran, prima come capo del conglomerato Khatam al Anbia, che si occupò della ricostruzione post-bellica, e poi come leader dell’aeronautica. Negli anni Novanta fu uno dei più intransigenti nel sostenere la repressione delle proteste studentesche, e usò il pugno duro anche da capo della polizia. Ma quando si insediò come sindaco di Teheran, dal 2005 al 2017, ostentò un approccio da pragmatico, affarista.
Nel 2015, dopo la firma dell’accordo sul nucleare con gli Stati Uniti, fece sparire dalle strade della capitale citazioni religiose e slogan anti-americani, piazzandoci opere d’arte anche occidentali. La sua gestione, come la sua carriera nei pasdaran e in politica, è stata attraversata da accuse di corruzione, mai finite in condanne grazie ai solidi legami negli ambienti che contano. Da sempre vicino a Khamenei padre, Ghalibaf ha le mani in tutti i settori chiave: da capo del Parlamento Ghalibaf gestisce il budget per la guerra. Da amico di Mojtaba Khamenei, ferito e invisibile ormai da settimane, è ben ancorato all’ufficio della Guida. Ha rapporti di ferro con i guardiani della rivoluzione, «in particolare con l’attuale comandante, Ahmed Vahidi, con cui ha stretto un patto già prima delle presidenziali del 2021, in cui Ghalibaf si candidò ma perse», racconta una fonte a Teheran che ha buoni contatti con l’apparato, «ma non è l’unico a pesare». A decidere di nomine, guerra, intelligence, prosegue la fonte, sono figure meno note «come Ali Asghar Mir Hijazi, ex vice capo di gabinetto della Guida Suprema. Ghalibaf è la faccia, non il decisore, Hejazi guida dietro le quinte. È stato la mano destra di Khamenei fin dagli Novanta». L’altro protagonista oscuro ma influente nell’Iran in guerra è Hossein Taeb, l’ex capo dell’intelligence dei pasdaran. Tutti, compreso Vahidi e Ghalibaf, hanno sostenuto la nomina di Mojtaba contro quella, appoggiata dalle frange più moderate e dai riformisti, di Hassan Khomeini, il nipote dell’ayatollah fondatore della Repubblica islamica, o di Hassan Rouhani, l’ex presidente che volle l’accordo con gli americani. Il suo nome ritorna nelle conversazioni non ufficiali come personalità che potrebbero guidare un negoziato con gli Stati Uniti.
Tanto che in Iran c’è persino chi si chiede se i fari puntati sul nome di Ghalibaf non siano che un altro inganno, un modo per “bruciarlo” e fomentare divisioni all’interno di un sistema già caotico. Appena sono iniziate a circolare le voci su suoi presunti contatti con gli americani, non a caso fatte circolare da Israele, i giornali legati agli ultraconservatori hanno cominciato il tiro a segno. «C’è consenso tra i funzionari sulla continuazione della guerra», scrive Sabereen News, organo dei pasdaran. «Non colludete con il nemico; non infangate la reputazione del dottor Ghalibaf», la risposta a distanza di Hosamoddin Ashena, consigliere proprio dell’ex presidente Rouhani.