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Dominguez (Imo): “Solo con la de-escalation in Iran si risolve il blocco dello Stretto di Hormuz”

(foto di Antonello Guerrera)
(foto di Antonello Guerrera) 

Intervista al capo dell’Organizzazione marittima internazionale: “Una task force militare per proteggere le navi commerciali non può essere una soluzione

a lungo termine. Va fermato il conflitto”

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LONDRA - Arsenio Dominguez, 55 anni, amante del tennis e dei film horror, ha deciso di imbarcarsi nella carriera marittima perché da bambino viveva a pochi metri dal Canale di Panama: “Una meraviglia tecnica e maestosa. Lì ho capito che avrei dedicato la mia vita alla navigazione”. Proprio il Canale di Panama è un altro obiettivo di Donald Trump, ma questa è un’altra storia.

Oggi Dominguez, dopo aver studiato in Messico, nell’inglese Hull e iniziato la carriera come ingegnere portuale proprio nello stato centroamericano dove è nato, è il segretario generale dell'Organizzazione marittima internazionale (Imo), l'agenzia Onu del settore navale. Dominguez è molto impegnato in questi giorni di caos e distruzione per la guerra in Iran e il blocco del canale iraniano di Hormuz, ma accoglie Repubblica nel suo studio, con vista Tamigi e Parlamento di Westminster, nel quartiere generale dell’Imo. Consegnandoci un messaggio chiaro: nessuna task force militare, e tantomeno l’uccisione del capo della marina iraniana Alireza Tangsiri, potrà rompere lo stallo di Hormuz e riportare la normalità. “Serve una immediata de-escalation e la fine della guerra in Iran”, avverte.

(afp)

Segretario Dominguez, quella di Hormuz è la peggior crisi marittima della storia recente?

“Ce ne sono state altre gravi in passato: la “tanker war” del 1988 durante la guerra tra Iran e Iraq, il Covid, la crisi nel Mar Nero e non dimentichiamo il Mar Rosso, visto che fino a qualche mese gli Houthi (i ribelli yemeniti sciiti sostenuti da Teheran, ndr) bombardavano le navi commerciali con droni e missili. Soprattutto negli ultimi anni, il trasporto marittimo è stato messo a dura prova”.

Però proprio nel caso del Mar Rosso e degli Houthi, la “normalità” è tornata anche con scorte militari occidentali. Una soluzione valida anche per lo Stretto?

“L’assistenza fornita nel Mar Rosso era soprattutto di deterrenza e assistenza, non necessariamente protezione. Inoltre, in quella circostanza, c’era una alternativa allo stretto di Bab Al-Mandab, ossia la deviazione intorno al Capo di Buona Speranza in Sudafrica. Lo stretto di Hormuz è ben diverso: è largo soltanto 30 chilometri. Trovare vie alternative è molto più difficile e in ogni caso i beni necessari della regione non arriverebbero al mercato mondiale”.

E dunque cosa si può fare?

“Una task force militare per proteggere le navi commerciali non può essere una soluzione a lungo termine. Anche perché in ogni caso non eliminerà al 100% i rischi, e un’imbarcazione potrà ancora essere colpita da un drone o da un missile”.

Quindi qual è la soluzione?

“Una de-esclatation e poi la fine di questo conflitto. È l’unico modo affinché il traffico marittimo possa riprendere liberamente e non venga più utilizzato come danno collaterale”.

Ma, per le loro economie, Regno Unito e Francia hanno estremo bisogno di liberare Hormuz e dicono che stanno approntando un “piano fattibile”, con Usa e altri alleati, per riaprire il canale. Che tipo di piano può essere “fattibile", secondo lei?

“Accolgo con piacere l’impegno di tutti sulla questione. Però per noi dell’Imo la priorità assoluta va ai 20mila marinai e lavoratori che sono bloccati su duemila imbarcazioni nel Golfo Persico e per la cui evacuazione stiamo lavorando giorno e notte. Ma ovviamente siamo preoccupati anche per le conseguenze energetiche e alimentari nel mondo, oltre all’impatto sui prezzi. L'unico piano “fattibile” è quello della de-escalation”.

L’Occidente sta anche lavorando anche con le compagnie assicurative per incentivare il traffico a Hormuz. Può essere un altro viatico?

“No. Perché puoi assicurare una nave e il suo carico, ma non le vite umane: quelle di marinai, navigatori e lavoratori. Pensate al dramma delle loro famiglie”.

Crede che Stati Uniti e Israele abbiano sottovalutato la reazione dell’Iran, che ha portato alla chiusura di Hormuz?

“Non voglio entrare in argomenti politici. Il punto è che il traffico marittimo diventa sempre vittima nei conflitti, nonostante non prendiamo alcuna posizione. E le conseguenze di questo comportamento le paghiamo tutti noi, perché il 90% dei beni viene trasportato nel mondo proprio sulle navi”.

Però Teheran discrimina: ci sono navi che possono superare lo Stretto, vedi cinesi e indiane, e molte altre no.

“Non la chiamerei discriminazione: i Paesi hanno accordi bilaterali tra loro. Ma anche noi stiamo negoziando con l’Iran e con tutte le parti, in maniera costruttiva: le navi commerciali e i lavoratori non c’entrano nulla, al di là delle nazioni che rappresentano”.

Quante navi attraversano oggi al giorno Hormuz?

“Alcuni giorni nessuna, altri da due a cinque, comunque sotto il 15% rispetto a prima della guerra, quando erano 130 al giorno”.

Quali saranno le conseguenze di questa grave crisi?

“Il 13% dei fertilizzanti mondiali arriva da questa regione. Il costo del petrolio è salito oltre 100 dollari e inizia a scarseggiare per diverse nazioni. In più, le economie mondiali sono già state provate dal Covid e altri conflitti. Se questa guerra continuerà, le conseguenze saranno sempre peggiori, per tutti. Perché il mondo intero dipende dal traffico delle navi commerciali”.

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