Nell’Oman amico di tutti, viaggio nella Svizzera del Golfo che si è ritagliata il ruolo di mediatore
dalla nostra inviata Anna LombardiMUSCAT – «Amici di tutti, nemici di nessuno»: la dottrina stabilita dal defunto sultano Qaboos bin Said Al Said – il padre dell’Oman moderno, quello che abolì la schiavitù, promulgò la Costituzione e trasformò il Paese in un gioiello architettonico – qui te la ripete chiunque provi a spiegarti perché, nel pieno di un conflitto aspro e distruttivo, prima ancora che da Islamabad, nel Pakistan attualmente impegnato a ospitare potenziali colloqui, la via della pace passa da Muscat, la capitale dagli edifici bianchi, oro e blu fra montagne e oceano, che prende il nome dalla spezia di cui per secoli il sultanato ha fatto commercio. Il Paese che, dall’inizio del conflitto, non ha mai chiuso lo spazio aereo, permettendo a migliaia di turisti – italiani compresi – di tornare a casa.
Certo, droni iraniani hanno colpito anche i suoi porti: quello di Duqm, nella regione centrale. E i serbatoi di petrolio di Salalah. Attacchi in realtà sconfessati da Teheran, che li ha bollati come “false fla…
MUSCAT – «Amici di tutti, nemici di nessuno»: la dottrina stabilita dal defunto sultano Qaboos bin Said Al Said – il padre dell’Oman moderno, quello che abolì la schiavitù, promulgò la Costituzione e trasformò il Paese in un gioiello architettonico – qui te la ripete chiunque provi a spiegarti perché, nel pieno di un conflitto aspro e distruttivo, prima ancora che da Islamabad, nel Pakistan attualmente impegnato a ospitare potenziali colloqui, la via della pace passa da Muscat, la capitale dagli edifici bianchi, oro e blu fra montagne e oceano, che prende il nome dalla spezia di cui per secoli il sultanato ha fatto commercio. Il Paese che, dall’inizio del conflitto, non ha mai chiuso lo spazio aereo, permettendo a migliaia di turisti – italiani compresi – di tornare a casa.
Certo, droni iraniani hanno colpito anche i suoi porti: quello di Duqm, nella regione centrale. E i serbatoi di petrolio di Salalah. Attacchi in realtà sconfessati da Teheran, che li ha bollati come “false flag”, operazioni israeliane per tirare nel conflitto anche il moderato Oman. «Se lo sono scrollato di dosso», spiega a Repubblica una fonte autorevole, accompagnandoci sul lungomare incorniciato da palme da dove, oltre i lettini degli hotel, si vedono i mercantili dalle pance ancora gonfie di merci, ancorati a largo: da settimane in attesa di entrare nello Stretto di Hormuz. Custodi. Quello su cui affaccia la loro enclave Musandam, di cui in un certo senso l’Oman è guardiano, proprio insieme all’Iran: «Sanno di non poter abbandonare la via di mezzo. Se lo facessero, Hormuz diventerebbe ostaggio di rivalità ancor più instabili».
All’intorno del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’organizzazione che riunisce le sei monarchie della penisola, l’Oman ha d’altronde relazioni diplomatiche davvero uniche con Teheran. Rimaste intatte nonostante la guerra, ne stanno ora rafforzando l’immagine di Svizzera del Golfo ritagliatasi nel tempo. Al punto di permettere al suo ministro degli Esteri, Badr Al Busaidi, di pubblicare sull’Economist, la settimana scorsa,un editoriale coraggioso, che riassume ciò che molti nel Golfo sussurrano: Washington e Tel Aviv hanno dato inizio a un conflitto «evitabile, perché a Ginevra l’Iran aveva messo sul piatto offerte affidabili» senza «una strategia d’uscita chiara». Unico politico del Golfo a descrivere gli attacchi come violazione del diritto internazionale, aggiungendo una dimensione giuridica alla critica, definisce infatti l’intervento militare Usa «un errore di valutazione». Notando come sia stata la leadership israeliana ad aver convinto Trump che l'Iran fosse talmente indebolito da sanzioni, divisioni interne e bombardamenti di giugno che la resa avrebbe seguito il blitz iniziale: «Questa non è la guerra dell'America», ha dunque scritto. Non resta «che la via negoziale».
Le ragioni culturali
La scelta strategica del Sultanato di essere il Paese che facilita il dialogo, è d’altronde anche culturale: l'Oman rifiuta i dogmi sunniti e sciiti preferendo l'interpretazione ibadita dell’Islam, basata su tolleranza religiosa e ricerca della pace, lavoro e pratica quotidiana. Un’attitudine che le permette di porsi come "terreno intermedio": dialogando con l'Arabia Saudita sunnita e l'Iran sciita, all’insegna di una particolare forma di “diplomazia discreta”. La stessa che le ha permesso in passato di mediare fra Washington e Teheran: sede segreta dei colloqui che aprirono la strada all'accordo sul nucleare iraniano del 2015. E poi, facilitatore, pure, dei recenti negoziati indiretti tra i due che si sono tenuti a Ginevra (quelli che gli Stati Uniti ha dichiarato falliti prima di iniziare l’attacco all’Iran). Presumibilmente coinvolti anche nelle trattative attuali.
Il perché di tanto credito con i due Paesi affonda nella Storia recente. A differenza degli altri Paesi del Golfo, l'Oman ha infatti relazioni stabili con l’Iran, sin agli anni Settanta. E nel tempo ha ampliato la cooperazione in settori come l'energia, la finanza e la sicurezza. Discutendo con Teheran pureil piano per un gasdotto sottomarino. Collaborando a un progetto petrolchimico. Fino a gestire una banca comune e meccanismi doganali e a condurre esercitazioni militari congiunte nello Stretto. Allo stesso tempo, Muscat ha però ottimi rapporti strategici con gli Stati Uniti, basati su accordi di cooperazione in materia di difesa. Non ha invece mai normalizzato le relazioni con Israele (né intende farlo) ma canali diplomatici fra i due esistono. Unico Paese a mantenere rapporti pure con i ribelli Houthi.
Equidistanza
Ecco perché ora Al Busaidi chiede se «può esserci un premio abbastanza allettante da indurre gli attori di questo conflitto a sopportare le difficoltà del dialogo, per aggiudicarselo insieme. Noi possiamo proporlo: colloqui che nel tempo portino al rafforzamento della fiducia e a un consenso sul ruolo che l'energia nucleare deve svolgere nella transizione energetica». Per carità, l’Oman, pur congratulatosi con Mojtaba Khamenei per la nomina a Guida Suprema, non approva le azioni iraniane. Il ministro lo dice chiaro: «Deplorevoli e inaccettabili». Sia pur «prevedibili: unica opzione razionale a disposizione della leadership iraniana». Spiegando quanto per il Golfo, le conseguenze siano gravi. A lungo dipendenti dalle garanzie di sicurezza americane, ora «percepiscono tale cooperazione come vulnerabilità, minaccia alla sicurezza presente e alla prosperità futura». Spingendosi a un passaggio incisivo: «Gli amici dell’America hanno la responsabilità di dire la verità. Iniziando dal fatto che ci sono due parti in questa guerra che non hanno nulla da guadagnare»: Iran e Stati Uniti, s’intende. Ma farlo significa affrontare una realtà scomoda: «L’America ha perso il controllo della sua politica estera».
Insistendo sulla diplomazia, unica via percorribile: «Potrebbe essere difficile tornare ai negoziati bilaterali. Eppure la fine della guerra passa da questa ripresa». La proposta è un'iniziativa diplomatica che colleghi i negoziati tra Stati Uniti e Iran a un «processo regionale ampio» basato su trasparenza nucleare e transizione energetica. Standard condivisi, che allineino gli interessi di Stati del Golfo, Iran e potenze globali, attorno a «catene di approvvigionamento energetico sicure e nuove opportunità di investimento». Una visione ambiziosa, nel mezzo di un conflitto attivo. Ma questa è la via di Muscat.