Trump tra aperture e minacce: “Progressi, ma pronto ad agire”
dal nostro inviato Filippo SantelliUna donna tra le macerie di un palazzo colpito a Teheran
DUBAI – Presunti passi avanti nelle trattative e nuove minacce. Al trentunesimo giorno della guerra contro l’Iran, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua – come spesso accade – a bombardare il mondo di dichiarazioni. Prima scrive sui social che sono stati compiuti «grandi progressi» nei negoziati, con un regime che dal suo punto di vista è già cambiato, «nuovo e più razionale». Poi però aggiunge che se un accordo non sarà raggiunto e lo stretto di Hormuz riaperto, «distruggeremo completamente i loro impianti elettrici, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg», cioè la piattaforma logistica da cui Teheran esporta la maggior parte del greggio. Infine, in una intervista al Financial Times, dichiara che lui quel greggio se lo vorrebbe prendere.
Gli obiettivi restano in teoria quelli scritti nel piano in 15 punti recapitato agli ayatollah attraverso il Pakistan, che prevede tra le altre cose la consegna delle scorte di uranio altamente arricchito e la rinuncia a produrne…
DUBAI – Presunti passi avanti nelle trattative e nuove minacce. Al trentunesimo giorno della guerra contro l’Iran, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua – come spesso accade – a bombardare il mondo di dichiarazioni. Prima scrive sui social che sono stati compiuti «grandi progressi» nei negoziati, con un regime che dal suo punto di vista è già cambiato, «nuovo e più razionale». Poi però aggiunge che se un accordo non sarà raggiunto e lo stretto di Hormuz riaperto, «distruggeremo completamente i loro impianti elettrici, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg», cioè la piattaforma logistica da cui Teheran esporta la maggior parte del greggio. Infine, in una intervista al Financial Times, dichiara che lui quel greggio se lo vorrebbe prendere.
Gli obiettivi restano in teoria quelli scritti nel piano in 15 punti recapitato agli ayatollah attraverso il Pakistan, che prevede tra le altre cose la consegna delle scorte di uranio altamente arricchito e la rinuncia a produrne dell’altro. Richieste che anche ieri il regime di Teheran – più coerente ma non per questo più credibile - ha definito «eccessive, irrealistiche e irragionevoli», negando di aver avuto contatti diretti con gli Stati Uniti.
Il negoziato in realtà c’è, anche se indiretto e appena all’inizio. E da entrambe le parti si gioca ad alzare la posta e farsi vedere forti. Gli Stati Uniti evocano la possibilità di una nuova escalation, un attacco alle infrastrutture civili dell’Iran o una tra le varie (rischiosissime) operazioni “a terra” per cui il Pentagono ha preparato i piani: prendere Kharg, conquistare le isole e le coste attorno a Hormuz, oppure mandare i marine a disseppellire e portare via dall’Iran l’uranio. Teheran risponde continuando a bersagliare di missili e droni Israele e i Paesi del Golfo, di cui minaccia di attaccare anche le infrastrutture civili, e tenendo il dito degli Houthi sul grilletto per una possibile chiusura anche del Mar Rosso.
«Ve lo farò sapere tra una settimana», ha risposto Trump a chi gli chiedeva se Mohammad Bagher Ghalibaf, il presidente del Parlamento iraniano accreditato come negoziatore, inizierà davvero a trattare. Ma il segretario di Stato Marco Rubio, smussando le certezze del suo capo, ha detto che bisogna prepararsi alla possibilità che il regime iraniano così cambiato e ragionevole non sia. Rubio ha ripetuto che gli obiettivi degli Stati Uniti sono chiari, anche se così chiari agli analisti e al resto del mondo non sembrano, ma si è concentrato soprattutto su Hormuz, spiegando che «non sarà concesso» all’Iran «di tenerlo chiuso».
Proprio sulla gestione dello stretto sembra in realtà di cogliere da parte di Teheran qualche segnale di auto-moderazione. Trump ha detto di aver ottenuto il passaggio di altre venti petroliere nei prossimi giorni «in segno di rispetto», anche se le sue parole andranno verificate nei fatti. È già un fatto invece che ieri, dopo averle respinte per due volte, i pasdaran abbiano fatto passare per la prima volta dal loro “casello” marino due navi container della compagnia cinese Cosco. Il transito delle imbarcazioni non iraniane continua a essere limitatissimo e riservato ai Paesi amici. Ma Teheran sembra consapevole della necessità di non tirare troppo la corda della sua guerra asimmetrica contro l’economia globale, perché rischierebbe di ritrovarsi completamente isolata.