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Panahi torna nella sua Teheran e sfida la condanna al carcere

(afp)

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Il regista è stato condannato in contumacia. Il marito di Mohammadi preoccupato per la salute della Nobel
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L’aveva promesso, Jafar Panahi, straniero tra le colline di Hollywood e il luccichio delle celebrity, mentre la stampa americana si sperticava in omaggi al suo film, capolavoro, Un semplice incidente e i giornalisti lo inseguivano per le interviste: «Tornerò in Iran». Non riusciva a schiodare la mente da quel pensiero: si, certo, l’Oscar, il prestigio, la campagna per portare Un semplice incidente sul palco più celebre nel mondo delle immagini. Ma nella testa dominava il pensiero del suo Paese, dove vivono il figlio, la sorella, la madre, i suoi colleghi: «Quando la metà di te è dentro, come puoi stare lontano? Tonerò appena finisce la campagna per gli Oscar, tornerò subito..» ripeteva come ancorato a un bisogno vitale. E così è stato, conferma il Center for human rights in Iran: domenica scorsa, il grande regista iraniano Jafar Panahi ha attraversato il valico di Bazargan, al confine con la Turchia, per raggiungere Teheran via terra, perché i cieli iraniani attraversati da missili e …

L’aveva promesso, Jafar Panahi, straniero tra le colline di Hollywood e il luccichio delle celebrity, mentre la stampa americana si sperticava in omaggi al suo film, capolavoro, Un semplice incidente e i giornalisti lo inseguivano per le interviste: «Tornerò in Iran». Non riusciva a schiodare la mente da quel pensiero: si, certo, l’Oscar, il prestigio, la campagna per portare Un semplice incidente sul palco più celebre nel mondo delle immagini. Ma nella testa dominava il pensiero del suo Paese, dove vivono il figlio, la sorella, la madre, i suoi colleghi: «Quando la metà di te è dentro, come puoi stare lontano? Tonerò appena finisce la campagna per gli Oscar, tornerò subito..» ripeteva come ancorato a un bisogno vitale. E così è stato, conferma il Center for human rights in Iran: domenica scorsa, il grande regista iraniano Jafar Panahi ha attraversato il valico di Bazargan, al confine con la Turchia, per raggiungere Teheran via terra, perché i cieli iraniani attraversati da missili e bombe israeliane e americane sono interdetti agli aerei civili.

È tornato nel suo Iran in guerra sapendo che ad attenderlo ci sono una condanna in contumacia a un anno di carcere e il divieto di viaggio per altri due anni per “propaganda contro lo Stato”. Quella che il ministero della cultura chiama “propaganda” è il suo cinema ribelle, semplice e potentissimo, che riesce ad essere persino divertente nella denuncia implacabile della violenza del sistema repressivo della Repubblica islamica.

Un semplice incidente, che aveva vinto la Palma d’oro a Cannes, non si è guadagnato l’Oscar di una Academy forse troppo preoccupata di non offrire sponde ai sostenitori della guerra, lo ha girato da clandestino in patria, con un gruppo di attori e editor a lavorare in segreto per le strade di Teheran. Non è la prima volta, non è nemmeno solo Panahi: buona parte del grande cinema iraniano viene realizzato con pochi mezzi, spesso in semi clandestinità per nascondersi alla censura. Un semplice incidente era candidato come Miglior film internazionale e miglior sceneggiatura. Panahi era arrivato negli States per la campagna pochi giorni prima che le manifestazioni di massa anti-sistema infiammassero l’Iran, spente nel sangue e nella repressione, e prima che la guerra tornasse nel suo Paese.

A dicembre, mentre era in America, era stato condannato in contumacia: anche questa non una prima volta. Il regista è stato incarcerato già due volte per la sua attività, per anni non ha potuto uscire dal paese. Nonostante lo spettro del carcere aveva promesso: ritornerò. «Ho un solo passaporto. È il passaporto del mio Paese e desidero conservarlo... Il mio Paese è il luogo in cui posso respirare, dove trovo una ragione per vivere e dove trovo la forza di creare», spiegò a dicembre a Variety. A Teheran ritroverà i suoi amici, che sono anche i colleghi di una vita, come Mehdi Mahmoudian, il co-sceneggiatore: con lui e altri 17 tra intellettuali, attivisti, artisti, Panahi aveva firmato a fine gennaio un appello per chiedere un passo indietro ad Ali Khamenei, la Guida suprema poi uccisa dagli americani, indicata come responsabile dei massacri e della repressione, e l’avvio di una transizione democratica.

Quel testo era costato l’arresto a Mahmoudian e ad altri due firmatari, Vida Rabbani e Abdollah Momeni, poi rilasciati. Non aveva potuto sottoscriverlo personalmente la Nobel per la pace Narges Mohammadi perché era già in prigione, l’avevano fatto i familiari per lei. Due giorni fa, gli avvocati della Nobel hanno lanciato l’allarme sulle sue condizioni di salute: ha avuto un infarto in carcere e non ha cure adeguate. «Sono molto preoccupato», dice il marito, Taghi Rahmani, che vive in Francia. Amnesty chiede l’immediata scarcerazione di Mohammadi. Teheran, per ora, tace.

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