BRUXELLES – Lo sconcerto è stato definitivo quando l’ambasciatore americano presso la Nato, Matthew Whitaker, ha ripostato sui social la dichiarazione di Marco Rubio, il segretario di Stato Usa, sulla necessità di riesaminare il rapporto con l’Alleanza quando la guerra in Iran sarà finita. Nel quartier generale dell’Organizzazione atlantica a Bruxelles, infatti, le esternazioni esplosive di Donald Trump stavolta mettono paura. Militari e diplomatici erano abituati nell’ultimo anno a prendere con le pinze le uscite del presidente statunitense. La regola base è sempre stata: «Guardiamo ai fatti e non alle parole». In questo caso, però, proprio la successione dei fatti sta lasciando con il fiato sospeso. Prima Rubio, poi Whitaker e quindi Trump.
In particolare l’annuncio del segretario di Stato, solitamente moderato e considerato solidale con l’Europa, ha destato una sorpresa allarmata. Tanto che per la prima volta nei conciliaboli tra gli addetti ai vertici della “squadra” nell’eno…
BRUXELLES – Lo sconcerto è stato definitivo quando l’ambasciatore americano presso la Nato, Matthew Whitaker, ha ripostato sui social la dichiarazione di Marco Rubio, il segretario di Stato Usa, sulla necessità di riesaminare il rapporto con l’Alleanza quando la guerra in Iran sarà finita. Nel quartier generale dell’Organizzazione atlantica a Bruxelles, infatti, le esternazioni esplosive di Donald Trump stavolta mettono paura. Militari e diplomatici erano abituati nell’ultimo anno a prendere con le pinze le uscite del presidente statunitense. La regola base è sempre stata: «Guardiamo ai fatti e non alle parole». In questo caso, però, proprio la successione dei fatti sta lasciando con il fiato sospeso. Prima Rubio, poi Whitaker e quindi Trump.
In particolare l’annuncio del segretario di Stato, solitamente moderato e considerato solidale con l’Europa, ha destato una sorpresa allarmata. Tanto che per la prima volta nei conciliaboli tra gli addetti ai vertici della “squadra” nell’enorme edificio alle porte di Bruxelles, ieri si poneva un interrogativo costante: «Cosa possiamo fare?». E tra le possibili soluzioni spuntava spesso quella di provare ad accontentare la Casa Bianca con la formazione rapida di una “Coalizione di volenterosi” per aiutare le truppe Usa almeno nello Stretto di Hormuz. L’idea dunque è quella di inviare un segnale al presidente americano. Fornire una prima risposta alle sue istanze. Un’ipotesi però – è il punto su cui tutti insistono – che dovrebbe essere allo studio dei singoli Paesi e non della Nato. È il Trattato istitutivo dell’Organizzazione a vietare infatti l’operazione reclamata dalla Casa Bianca.
Ed è questo l’elemento di maggiore confusione che attraversa tutti i ventinove alleati di Washington. Il Trattato era stato redatto dopo la Seconda guerra mondiale dagli Stati Uniti e all’articolo 6 proibisce esplicitamente quello che invoca il “Tycoon”. «Agli effetti dell’art. 5, per attacco armato contro una o più delle parti – è il testo – si intende un attacco armato: contro il territorio di una di esse in Europa o nell’America settentrionale, contro il territorio della Turchia o contro le isole poste sotto la giurisdizione di una delle parti nella regione dell’Atlantico settentrionale a nord del Tropico del Cancro; contro le forze, le navi o gli aeromobili di una delle parti, che si trovino su questi territori o in qualsiasi altra regione d’Europa nella quale, alla data di entrata in vigore del presente Trattato, siano stazionate forze di occupazione di una delle parti, o che si trovino nel mare Mediterraneo o nella regione dell’Atlantico settentrionale a nord del Tropico del Cancro, o al di sopra di essi». Si tracciano cioè dei confini geografici precisi per una eventuale reazione e si sottolinea l’esclusiva finalità difensiva.
Fu Washington a prevedere questi limiti per non essere coinvolta, in quegli anni, nelle diatribe europee con le ex colonie. L’Iran, appunto, non rientra in quel perimetro e non ha mosso attacchi a nessuno dei 30 membri dell’Organizzazione. Tanto che anche quando la Nato fu chiamata in gioco contro l’Afghanistan nel 2001, la giustificazione si basava sugli attentati dell’11 settembre in territorio americano. L’attivazione dell’articolo 5 era motivata dagli assalti a New York e Washington.
Non solo. Se Trump decidesse davvero di abbandonare la Nato dovrebbe chiedere il voto del Congresso. E nello Stato Maggiore degli alleati in molti sono convinti che il Campidoglio non ratificherebbe una scelta del genere. Ma questo in qualche misura acuisce l’allarme. Perché il leader a stelle e strisce potrebbe imboccare una via più subdola: quella di ridurre i finanziamenti, non partecipare alle operazioni, non rispondere alle eventuali richieste di aiuto.
Per ora, quindi, la speranza si basa sulla circostanza che non sono intervenuti cambiamenti sostanziali nella dislocazione di forze e mezzi. E sull’auspicio che alla fine Trump, come è già accaduto in passato, non dia seguito alle sue minacce.