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Da Armstrong ad Artemis, perché la Luna non ci emoziona più

(reuters)

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La testimonianza del cronista di Repubblica che nel 1988 seguì il primo lancio dopo il disastro del Challenger dalla stessa base in Florida che ieri ha visto partire Artemis II
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LONDRA – Accanto a me, una giovane giornalista scoppiò a piangere. Era commossa fino alle lacrime da quello che aveva appena visto. Sulla tribunetta stampa allestita a Cape Canaveral, quel giorno eravamo tutti in preda a una profonda emozione: assistere da vicino al lancio di un’astronave è qualcosa di stupefacente. In effetti, sembra un miracolo: un oggetto che parte a velocità supersonica dal nostro pianeta, con esseri umani a bordo, e vola verso lo spazio. Impossibile rimanere insensibili a uno spettacolo del genere: non solo per il frastuono, la fiammata del razzo, la lunga nube di fumo che disegna un arco nel cielo, bensì perché quella corsa “verso l’infinito, e oltre”, per citare Buzz Lightyear, l’astronauta del cartone animato cult “Toy Story”, evoca l’odissea della nostra specie attraverso il tempo, alla ricerca di sempre nuovi confini, nuove scoperte, nuove avventure.

È ancora così? Viene da chiederselo, di fronte al lancio di Artemis II, la navicella che, in cima al missile …

LONDRA – Accanto a me, una giovane giornalista scoppiò a piangere. Era commossa fino alle lacrime da quello che aveva appena visto. Sulla tribunetta stampa allestita a Cape Canaveral, quel giorno eravamo tutti in preda a una profonda emozione: assistere da vicino al lancio di un’astronave è qualcosa di stupefacente. In effetti, sembra un miracolo: un oggetto che parte a velocità supersonica dal nostro pianeta, con esseri umani a bordo, e vola verso lo spazio. Impossibile rimanere insensibili a uno spettacolo del genere: non solo per il frastuono, la fiammata del razzo, la lunga nube di fumo che disegna un arco nel cielo, bensì perché quella corsa “verso l’infinito, e oltre”, per citare Buzz Lightyear, l’astronauta del cartone animato cult “Toy Story”, evoca l’odissea della nostra specie attraverso il tempo, alla ricerca di sempre nuovi confini, nuove scoperte, nuove avventure.

È ancora così? Viene da chiederselo, di fronte al lancio di Artemis II, la navicella che, in cima al missile più potente mai costruito, è decollata la notte scorsa verso la Luna dalla stessa base della Nasa in Florida dove, nel 1988, fui testimone per Repubblica del lancio del Discovery, il primo “shuttle” (in italiano lo chiamavamo traghetto spaziale) tornato nello spazio dopo il disastro nel 1985 del Challenger, che era esploso 73 secondi dopo la partenza, provocando la morte di tutti e sette gli astronauti a bordo. Fortunatamente, per il Discovery andò tutto bene. Ripartire dopo una tragedia catalizza inevitabilmente l’attenzione globale. Così come, in precedenza, l’attenzione del mondo era stata attirata dalla corsa a chi sarebbe arrivato per primo in orbita (i russi, con il satellite Sputnik nel 1957) e sulla Luna (gli americani, con l’Apollo 11 capitanata da Neil Armstrong nel 1969).

Sui media e sui social, questa volta l’emozione appare meno forte. Forse perché siamo distratti da altre vicende, quaggiù sulla Terra: la guerra in Iran, per tacere di quelle in Ucraina e a Gaza; l’aumento del costo del petrolio, della benzina, di tutto il resto; in Italia anche lo psicodramma della sconfitta della nazionale di calcio e della mancata qualificazione ai Mondiali. Oppure perché la presenza costante di astronauti-scienziati sulla stazione spaziale permanente ci ha abituati all’idea di uomini e donne nel cosmo. Qualcuno probabilmente si è stancato delle promesse di Elon Musk di arrivare su Marte, stabilirvi una base, magari in un lontanissimo futuro trasferirvi una corposa colonia dell’umanità: perfino l’eccentrico multimiliardario di Space X e Tesla, del resto, ultimamente non ripete più così spesso le sue visioni da “2001 Odissea nello spazio”. Il film di Stanley Kubrick con quel titolo uscì nel 1968: da allora, in un certo senso, la fantascienza è diventata realtà. Ma anche no, rispetto a com’era immaginata (e dai tempi profetizzati) dalla pellicola del grande regista inglese: un quarto di secolo dopo il 2001, quei viaggi intergalattici sono ancora lontani, i problemi e i rischi legati ai viaggi spaziali non ancora risolti.

A quei problemi e quei rischi, in fondo, è collegata l’emozione che provai insieme a qualche altra decina di giornalisti assistendo al lancio del Discovery. La difficoltà di andare nello spazio rimane immensurabile. Il pericolo di ogni missione è ben presente nella mente di ogni spettatore, sebbene soltanto gli ingegneri e i tecnici della Nasa abbiamo tirato ieri notte un sospiro di sollievo, un minuto e dieci secondi dopo il lancio dell’Artemis II, quando l’astronave ha superato il momento massimo di pressione, in cui è più alta la possibilità di un incidente, perché soltanto loro (insieme ai quattro membri dell’equipaggio) ne avevano piena consapevolezza.

Qualche tempo dopo il lancio del Discovery, ebbi l’opportunità, sempre per Repubblica, di intervistare Armstrong, il primo uomo andato sulla Luna. Venne lui a trovarmi nella nostra redazione di New York. Gli guardai i piedi, pensando che quegli stessi piedi si erano posati sulla superficie lunare, a 384 mila chilometri di distanza dalla Terra. A un certo punto di una lunghissima conversazione gli domandai come e quando avesse pensato la poetica frase, diventata celebre, pronunciata appena sceso dalla scaletta della navicella: “Un piccolo passo per l’uomo, un grande balzo per l’umanità”. Con mia grande sorpresa, per non dire incredulità, Armstrong sostenne di averla pensata soltanto all’ultimo momento, quando stava per mettere piede sulla Luna: “Vede, c’erano stati seri problemi durante l’allunaggio”, mi disse. “Avevamo un 50 probabilità su 100 di sfracellarci all’impatto. In quelle condizioni non pensavo a cosa avrei detto appena sceso dalla scaletta. Pensavo a come sopravvivere e portare a termine la missione”.

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