✕

A Doha durante la messa multietnica di Pasqua si prega per la pace: “Così resteremo senza lavoro”

La chiesa di Nostra Signora del Rosario in una foto d'archivio 

Ascolta l'audio

Al Religious Complex nella chiesa di Nostra Signora del Rosario in 2.000 ascoltano la funzione di fratel Giacomo Pagliariccia, prete ventottenne italiano
2 minuti di lettura

DOHA - “Agnello di Dio, dona a noi la pace”. Sull’altare c’è un prete italiano che celebra in inglese di fronte a oltre duemila fedeli che arrivano soprattutto dalle Filippine, dall’India, da Paesi africani, e sono parte del motore inesausto e silenzioso che spinge la ricchezza del Qatar. Un melting pot che canta i salmi in karaoke, seguendoli sui grandi schermi della chiesa di Nostra Signora del Rosario e alla fine, di fronte all’invocazione di pace che in questo giorno non ha nulla di rituale, esplode anche in un applauso.

Ai confini di Doha, dove i grattacieli lasciano spazio al deserto, il Religious Complex, doverosamente indicato dai segnali stradali, è una sorta di mall della fede: troneggia appunto Nostra Signora del Rosario, la prima costruita sull’area nel 2008 e l’unica chiesa cattolica nel Paese, con i suoi 2.500 posti e le “stanze degli angeli”, riservate a genitori e bambini e opportunamente insonorizzate – qui l’inverno demografico è come quello climatico, non c’è – ma a…

DOHA - “Agnello di Dio, dona a noi la pace”. Sull’altare c’è un prete italiano che celebra in inglese di fronte a oltre duemila fedeli che arrivano soprattutto dalle Filippine, dall’India, da Paesi africani, e sono parte del motore inesausto e silenzioso che spinge la ricchezza del Qatar. Un melting pot che canta i salmi in karaoke, seguendoli sui grandi schermi della chiesa di Nostra Signora del Rosario e alla fine, di fronte all’invocazione di pace che in questo giorno non ha nulla di rituale, esplode anche in un applauso.

Ai confini di Doha, dove i grattacieli lasciano spazio al deserto, il Religious Complex, doverosamente indicato dai segnali stradali, è una sorta di mall della fede: troneggia appunto Nostra Signora del Rosario, la prima costruita sull’area nel 2008 e l’unica chiesa cattolica nel Paese, con i suoi 2.500 posti e le “stanze degli angeli”, riservate a genitori e bambini e opportunamente insonorizzate – qui l’inverno demografico è come quello climatico, non c’è – ma attorno è tutto un pacifico puzzle di luoghi confessionali: la chiesa anglicana e quella luterana, l’ortodossa e la greco ortodossa, quella dei giacobiti ortodosso-siriaci e quella dei cattolici siro-malankesi, per non parlare dell’edificio della chiesa cristiana inter-denominazionale, che ospita 28 differenti comunità, dai pentecostali ai Tamil. Massima tolleranza da parte del governo, come del resto accade un po’ in tutto il Golfo, anche se i simboli più evidenti, come i crocifissi, non ci sono e non ci possono essere.

Domenica di resurrezione, ma anche e soprattutto – non sembri profano - di globalizzazione. Se i Paesi del Golfo sono l’hub mondiale che sono, se il Qatar e i suoi vicini hanno surfato finora sull’onda dei giacimenti di petrolio e di gas, se Giogia Meloni è appena venuta in un tour lampo in tre capitali dell’area, se il mondo intero guarda con ansia al conflitto che coinvolge lo Stretto di Hormuz e minaccia di chiudere una delle principali rotte del commercio internazionale, è anche grazie a questo esercito di uomini e donne che lavora in ogni settore della società e che spinge da sotto anche la trasformazione voluta dal governo: più edilizia, servizi, turismo, per non essere solo un’economia basata sui combustibili.

Quanti siano importanti i duemila alla messa di oggi e tutti gli altri lo dicono le statistiche, che sui tre milioni di residenti in Qatar contano circa il 90% di immigrati; un dato che sale ancora se si considerano gli occupati: su venti persone che lavorano diciannove sono straniere, il 95%. Indiani, in primo luogo, se ne contano circa settecentomila, ma poi grande afflusso dal Sud Est asiatico, compresi circa quattrocentomila nepalesi, dall’Egitto, dall’Etiopia. Non è un’eccezione - si stima che nei Paesi del Golfo ci siano oltre trenta milioni di lavoratori migranti – ma certo è il modello con i numeri più spinti.

Anche loro presi di sorpresa dagli attacchi iraniani di qualche settimana fa, anche loro contenti che si possa comunque celebrare questa Pasqua che solo venti giorni fa non sembrava scontata, anche loro preoccupati che la stabilità del Golfo – il patrimonio immateriale che è cresciuto a suon di investimenti assieme a quello materiale dell’energia – sia a repentaglio. Del resto, andarsene quasi sempre non è un’opzione: pesa la pratica mai cessata della “kafala”, la sponsorizzazione da parte del datore di lavoro, che spesso significa non poter tornare in patria senza il suo benestare; e pesa soprattutto una necessità economica che la guerra non fa che esacerbare. Con le esportazioni strozzate, l’economia del Qatar e del Golfo rischia di fermarsi e di fare a meno della sua manodopera importata, ma allo stesso tempo gli effetti della crisi energetica e dei prezzi in salita si fanno già sentire in India come in Egitto e negli altri Paesi di origine di chi è partito: i soldi mandati a casa, insomma,rischiano di valere sempre di meno.

Sull’altare di Nostra Signora del Rosario oggi, circondato da una ventina di ministranti tra uomini e donne, c’è fratel Giacomo Pagliariccia. Ventotto anni appena, nato a Pescara ma cresciuto in Danimarca dove i suoi si erano trasferiti come missionari neocatecumenali, studi teologici a Gerusalemme, è arrivato in Qatar da agosto per entrare nel composito gruppo di 13 presbiteri, in prevalenza cappuccini, che si occupa della chiesa e che stima trentamila praticanti tra i circa trecentomila cattolici del Paese. L’elenco delle messe, in questi giorni, somiglia al tabellone di un grande aeroporto, una ragnatela di nazionalità e di comunità, ma qui nessuno parte e tutti restano, pregando per la pace.

Leggi i commenti