NEW YORK – Ian Bremmer è basito: «Non sono abituato a sentire il presidente degli Stati Uniti che usa parolacce pesanti». Ma il vero problema, secondo il fondatore di Eurasia, è cosa dimostra il linguaggio di Trump: «È arrabbiato perché la guerra va male, però non ha nessuno da incolpare se non se stesso. Vede il conflitto in termini personali, non nazionali, e ciò offusca le sue capacità decisionali». Cosa ha pensato quando ha visto il messaggio su Allah?
«Ho sperato che fosse falso».
Invece era vero.
Cosa dovrebbe fare?
«La cosa giusta ovviamente sarebbe arrendersi, perché più va oltre, più il conflitto si aggrava, ma questo non rientra nel vocabolario di Trump. Perciò, come un giocatore d’azzardo che subisce perdite sempre più profonde, ogn…
NEW YORK – Ian Bremmer è basito: «Non sono abituato a sentire il presidente degli Stati Uniti che usa parolacce pesanti». Ma il vero problema, secondo il fondatore di Eurasia, è cosa dimostra il linguaggio di Trump: «È arrabbiato perché la guerra va male, però non ha nessuno da incolpare se non se stesso. Vede il conflitto in termini personali, non nazionali, e ciò offusca le sue capacità decisionali». Cosa ha pensato quando ha visto il messaggio su Allah?
«Ho sperato che fosse falso».
Invece era vero.
Cosa dovrebbe fare?
«La cosa giusta ovviamente sarebbe arrendersi, perché più va oltre, più il conflitto si aggrava, ma questo non rientra nel vocabolario di Trump. Perciò, come un giocatore d’azzardo che subisce perdite sempre più profonde, ogni volta raddoppia semplicemente la puntata, sperando di riuscire a dimostrare di aver vinto e di potersi alzare dal tavolo».
In questo stato mentale è affidabile per prendere le decisioni?
«L’Iran è stata la peggior scelta in politica estera della sua presidenza. Il suo processo mentale riguarda più se stesso che il Paese, perciò non gode di alcuna fiducia come Comandante in capo, nemmeno da parte dei suoi collaboratori più stretti. Basta sentire i commenti degli ex capi degli Stati Maggiori, che hanno competenza, conoscono il processo decisionale, e sono preoccupati che Trump non stia facendo l’interesse del popolo americano».
Vale anche per gli alleati, con la minaccia di lasciare la Nato?
Si aspetta un’escalation?
«Sembra proprio di sì, però quando parlo con i vertici militari statunitensi mi dicono che non esistono scenari favorevoli per le truppe. Lui sta inviando 12.000 soldati ma non saranno sufficienti. Possono effettuare incursioni di terra nel tentativo di neutralizzare altre postazioni missilistiche e depositi di droni. Potrebbero occupare le tre isole contese al centro dello stretto di Hormuz o Kharg, che però richiederebbe tra 12.000 e 15.000 soldati. Poi sarebbe difficile tenerle, perché starebbero sotto il fuoco nemico. In privato Trump ha detto che si aspetta un altro mese di guerra, ma così rischia che l’intervento si prolunghi senza fine».
Possibilità che distruggendo le infrastrutture faccia cadere il regime?
«Gli attacchi hanno consolidato il potere della Guarda rivoluzionaria. L’economia è distrutta ed è possibile che fra sei mesi o un anno emergano minacce per il regime, ma non ora».
I negoziati possono dare una via d’uscita?
«Ci sono tre possibilità: la coalizione per riaprire Hormuz, le trattative di Pakistan e Cina, l’Onu che lavora per far passare i fertilizzanti. Trump dovrebbe usarle tutte per dichiarare vittoria e disimpegnarsi».