DOHA – «Stiamo vedendo una cooperazione al massimo livello: difesa aerea, intercettori, intelligence. A volte, in queste settimane, un Paese del Consiglio di cooperazione del Golfo ha intercettato missili diretti verso un altro. C’è un livello molto alto di coordinamento». Le monarchie del Golfo non sono solo testimoni del conflitto che si combatte alle porte di casa, ma anche - loro malgrado - protagoniste. Mentre gli allarmi per sporadici missili iraniani risuonano dal Barheim al Kuwait, dal Qatar all’Arabia saudita, Rashid Al-Mohanadi, esperto di difesa del Middle East Council on Global Affairs, organizzazione affiliata con il governo di Doha, spiega che proprio la guerra sta facendo fare un balzo in avanti verso uno scudo comune.
Quando è arrivata la spinta?
«Dopo l’attacco israeliano del 2025 nel nostro territorio, il Consiglio supremo di difesa del Gcc ha dato direttive per integrare la difesa aerea e missilistica, rafforzare la condivisione di intelligence e intensificare …
DOHA – «Stiamo vedendo una cooperazione al massimo livello: difesa aerea, intercettori, intelligence. A volte, in queste settimane, un Paese del Consiglio di cooperazione del Golfo ha intercettato missili diretti verso un altro. C’è un livello molto alto di coordinamento». Le monarchie del Golfo non sono solo testimoni del conflitto che si combatte alle porte di casa, ma anche - loro malgrado - protagoniste. Mentre gli allarmi per sporadici missili iraniani risuonano dal Barheim al Kuwait, dal Qatar all’Arabia saudita, Rashid Al-Mohanadi, esperto di difesa del Middle East Council on Global Affairs, organizzazione affiliata con il governo di Doha, spiega che proprio la guerra sta facendo fare un balzo in avanti verso uno scudo comune.
Quando è arrivata la spinta?
«Dopo l’attacco israeliano del 2025 nel nostro territorio, il Consiglio supremo di difesa del Gcc ha dato direttive per integrare la difesa aerea e missilistica, rafforzare la condivisione di intelligence e intensificare l’addestramento congiunto. E questo sta già avvenendo».
Visto da fuori, però, il Gcc non sembra così coeso. A partire proprio dalle posizioni nei confronti dell’Iran.
«Sul piano militare, le istituzioni sono molto integrate e cooperative. I politici possono essere in disaccordo, come ovunque. Ma i militari funzionano diversamente. Il problema è che l’Occidente guarda spesso al Gcc in modo superficiale. Si concentra solo sulle differenze politiche e presume che queste indeboliscano le istituzioni. Non è quello che vediamo nella realtà».
Insomma, secondo lei c’è una lettura distorta della geopolitica del Golfo?
«C’è una sorta di visione “orientalista”, che ignora i livelli interni di queste società. Si guardano le divergenze politiche e si pensa che tutto il resto ne derivi».
Questa integrazione militare reggerà anche sotto pressione?
«Il Gcc ha assorbito migliaia di missili e droni mantenendo una vita normale. Questo dimostra che il sistema funziona».
In questo quadro, quanto pesa la sicurezza delle rotte energetiche, che a voi e all’Europa interessa molto e per Washington non sembra essenziale?
«Gli Stati Uniti non possono permettersi di non riaprire lo Stretto di Hormuz. Se vogliono continuare ad avere la loro egemonia globale, devono garantire la libertà di commercio e navigazione».
Qualcuno ha già trovato quella libertà, magari pagando gli iraniani. per passare senza problemi..
«Se il mondo accetta che l’Iran possa imporre pedaggi nello Stretto di Hormuz, altri seguiranno. Gli Houthi potrebbero fare lo stesso a Bab el-Mandeb, la Malesia nello Stretto di Malacca. Gli stretti devono restare vie d’acqua globali».