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Teheran, risveglio senza bombe: “Ma il regime sarà più feroce”

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La radio trasmette i comunicati dei pasdaran e tra i giovani serpeggia il panico per le repressioni
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La prima mattina di tregua, Arash e sua sorella l’hanno passata al parco Honarmandan, nel centro di Teheran. Arash ha 35 anni, si è opposto alla guerra fin dall’inizio. Sahar, 28 anni, invece, no. Il dialogo di famiglia condiviso con un messaggio vocale racconta il mix di sollievo, paura, tristezza e straniamento in cui si è svegliata Teheran nella prima alba senza bombe. «Dovresti ringraziare Dio, Sahar. L’Iran si è salvato, stava per succedere qualcosa di orrendo. Continueremo la battaglia contro la Repubblica islamica, ma non sarà la guerra a farla cadere». La ragazza resta in silenzio per un po’. «Uccideranno, Amir. Uccideranno ancora più persone, e in modo peggiore. Non hai visto cosa hanno fatto a gennaio? Non l’hai visto da vicino? Ho ancora gli incubi la notte. Ora siamo rimasti solo noi con Fatemiyoun e Hashd al-Shaabi (le milizie afghane e irachene, ndr)».

Arash abbraccia con tenerezza la sorella, e con lei una intera generazione che più di prima, adesso, teme il futuro…

La prima mattina di tregua, Arash e sua sorella l’hanno passata al parco Honarmandan, nel centro di Teheran. Arash ha 35 anni, si è opposto alla guerra fin dall’inizio. Sahar, 28 anni, invece, no. Il dialogo di famiglia condiviso con un messaggio vocale racconta il mix di sollievo, paura, tristezza e straniamento in cui si è svegliata Teheran nella prima alba senza bombe. «Dovresti ringraziare Dio, Sahar. L’Iran si è salvato, stava per succedere qualcosa di orrendo. Continueremo la battaglia contro la Repubblica islamica, ma non sarà la guerra a farla cadere». La ragazza resta in silenzio per un po’. «Uccideranno, Amir. Uccideranno ancora più persone, e in modo peggiore. Non hai visto cosa hanno fatto a gennaio? Non l’hai visto da vicino? Ho ancora gli incubi la notte. Ora siamo rimasti solo noi con Fatemiyoun e Hashd al-Shaabi (le milizie afghane e irachene, ndr)».

Arash abbraccia con tenerezza la sorella, e con lei una intera generazione che più di prima, adesso, teme il futuro. «Capisco perché tante persone siano spaventate, depresse, dopo l’annunciata tregua, ma il problema è che hanno venduto loro false speranze – dice. Per costruire un nuovo Iran c’è bisogno che ci sia l’Iran, e a Trump, Pahlavi o Netanyahu non interessa la sopravvivenza del Paese».

Il traffico del centro a metà mattina irrompe nella quiete del parco mentre le radio e le tv passano in loop i comunicati del governo. I pasdaran parlano di «umiliante ritirata di Trump dalla retorica anti-iraniana». «Comunichiamo alla grande nazione dell’Iran la lieta notizia che quasi tutti gli obiettivi di guerra sono stati raggiunti e che i vostri valorosi figli hanno relegato il nemico in uno stato di storica impotenza e sconfitta definitiva», proclama il Consiglio supremo di sicurezza nazionale, promettendo di non lasciare spazio a nessun inganno del nemico: «Continueremo la battaglia finché sarà necessario per stabilire nuovi equilibri politici e di sicurezza nella regione, fondati sul riconoscimento della potenza e della sovranità dell’Iran e della Resistenza». Parole roboanti, che parlano a una base fedele di sostenitori e solleticano l’orgoglio nazionale anche di chi si oppone alla Repubblica islamica.

I Guardiani della rivoluzione si sentono in posizione di forza dopo aver tenuto testa a due potenze nucleari. Ma la tregua è fragile, l’accordo è ancora tutto da scrivere e sebbene i pasdaran abbiano dimostrato sul campo di poter mettere in scacco la regione con la chiusura di Hormuz, è sul fronte interno che li attende la partita più difficile. L’Iran ha subito enormi danni infrastrutturali, ha un’economia ferma, le crisi idriche ed energetiche c’erano anche prima dell’attacco americano. La benzina è stata razionata, molte piccole aziende hanno cominciato a licenziare, i contanti scarseggiano, i soldi per gli stipendi pure. L’inflazione è vertiginosa.

L’Iran ha bisogno di soldi, e non può permettersi un accordo di fine guerra che non comprenda la rimozione delle sanzioni. Per gli iraniani, l’orizzonte è ancora difficile da decifrare. «Molti sono confusi, arrabbiati, tristi, credono che gli Stati Uniti li abbiano traditi, che ora si prenderanno l’uranio arricchito e ci lasceranno qui con il regime che rafforzerà la sua propaganda dicendo di aver sconfitto l’America», spiega Saeed. «Ma io sono felice che la guerra finisca, sono contento di non sentire più missili, droni, esplosioni. Di non vedere palazzi distrutti, funerali». Coltiva una speranza: «Il regime ha perso molte forze: non subito, ma i movimenti sociali potranno cambiare gli equilibri di potere dall’interno».

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