A Islamabad, tra orgoglio e cecchini: la città blindata per lo storico incontro Usa-Iran
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoISLAMABAD – “Qui sono tutti eccitati”. La faccia di Imad è ferma in un sorriso fisso, non riesce più a chiudere la bocca, carico com'è di orgoglio mentre guida sulla statale che dall’aeroporto arriva alla zona rossa: in tempi normali, questa è la cittadella del potere, istituzioni e ambasciate, sorvegliata si ma anche caotica e scombinata, ricca, piena di verde. Da 36 ore è una zona off limits, militarizzata: cecchini sui tetti, 10 mila agenti schierati, polizia e paramilitari, con i gruppi speciali pronti a intervenire intorno agli edifici chiave. “Hanno di fatto chiuso la città, ma va bene così, per noi pakistani sono giornate speciali”, dice ancora Imad nel suo shalwar kameez nero, la tunica tradizionale.
Per tutto il week end il Paese è in festa nazionale obbligatoria, tutti a guardare le partite di cricket e a seguire spasmodicamente i notiziari. Nessuno se l’aspettava da queste parti di finire al centro del mondo non per notizie di attentati, scontri o manifestazioni, ma pe…
ISLAMABAD – “Qui sono tutti eccitati”. La faccia di Imad è ferma in un sorriso fisso, non riesce più a chiudere la bocca, carico com'è di orgoglio mentre guida sulla statale che dall’aeroporto arriva alla zona rossa: in tempi normali, questa è la cittadella del potere, istituzioni e ambasciate, sorvegliata si ma anche caotica e scombinata, ricca, piena di verde. Da 36 ore è una zona off limits, militarizzata: cecchini sui tetti, 10 mila agenti schierati, polizia e paramilitari, con i gruppi speciali pronti a intervenire intorno agli edifici chiave. “Hanno di fatto chiuso la città, ma va bene così, per noi pakistani sono giornate speciali”, dice ancora Imad nel suo shalwar kameez nero, la tunica tradizionale.
Per tutto il week end il Paese è in festa nazionale obbligatoria, tutti a guardare le partite di cricket e a seguire spasmodicamente i notiziari. Nessuno se l’aspettava da queste parti di finire al centro del mondo non per notizie di attentati, scontri o manifestazioni, ma per l'ambizione della pace: Islamabad regista dell’incontro diplomatico forse più importante degli ultimi anni, quello tra gli americani e gli iraniani.
A uno dei numerosi check-point che bloccano la strada, più che tensione c'è fermento. Un gruppo di poliziotti in borghese sta parcheggiato su motorini scalcagnati, l’altro, in divisa, controlla i documenti. “Oh Italia, Meloni! Tutti parlano del Pakistan”, esclama il poliziotto che deve aver saputo della telefonata tra la nostra presidente del consiglio e il premier pakistano. I giornalisti fanno la conta: finora 52 capi di stato e di governo si sono comlimentati con il Pakistan. “Sono tutti in fila”, rincara il quotidiano The nation, mentre sui social e in tv si sprecano le frecciatine all’avversario di sempre, l’India, esclusa dal grande palcoscenico della mediazione.
Americani e iraniani si parleranno qui per la prima volta dopo una guerra che ha fatto migliaia di morti, inferto colpi durissimi a entrambe le parti: l’Iran bombardato e indebolito, gli americani finiti in uno stallo strategico con la chiusura di Hormuz e l’impossibilità di recuperare manu militari l’uranio arricchito sepolto in gran parte, secondo l’Aiea, sotto le montagne diIsfahan. Tocca ora al vicepresidente JD Vance togliere gli Stati Uniti dal pantano del conflitto. Teheran ha chiesto espressamente di trattare con lui, dopo il fallimento dei colloqui con Steve Witkoff e il genero di Trump Jared Kushner che ha aperto le porte all’attacco armato. Witkoff e Kushner ci saranno, ma non saranno a guidare la trattativa. Per l’Irn dovrebbero esserci lo speaker del Parlamento, Mohammed Ghalibaf e il ministro degli esteri Araghchi. Il condizionale è necessario, perché fino all’ultimo gli iraniani stanno mantenendo in bilico la conferma della loro partecipazione, subordinandola al cessate il fuoco anche in Libano. Se JD Vance si gioca la possibilità di ambire alla presidenza, per Ghalibaf la posta in gioco, anche personale, è altrettanto alta. L’uomo è stato sindaco, pilota, generale, capo di polizia ma non è mai riuscito a scalare la piramide del potere, mancando per tre volte la presidenza. L’uccisione di molti leader della vecchia guardia lo ha proiettato in una esclusiva posizione di forza, nel punto di connessione tra la politica e i militari.
A differenza dei precedenti cicli di colloqui, questa volta a negoziare saranno anche i capi della sicurezza, per gli americani il capo del Centcom, il generale Brad Cooper, per gli iraniani il segretario del consiglio di sicurezza nazionale, Mohammad Baqer Zulqadr, il successore di Ali Larijani ucciso dagli israeliani. La sua presenza significa che al tavolo ci sono di fatto i Pasdaran e che la questione nucleare sarà dirimente. Il consiglio infatti è l’istituzione iraniana che insieme alla guida suprema ha potere decisionale sui temi strategici, a cominciare dal programma atomico. Le Guardie vogliono garantiti i loro interessi e quella che ritengono una posizione di forza conquistata sul campo di battaglia.
Hormuz sarà l’altra spina nel fianco per gli americani. La riapertura piena che avrebbe dovuto essere contestuale al cessate il fuoco non si è per ora materializzata, e su questo fronte Trump vuole impegni concreti dagli alleati Nato nei prossimi giorni, scrive il Times of Israel. Berlino e altre capitali si sono dette pronte, ma solo dopo la pace. Le aspettative a Islamabad sono alte.
La magione è pronta. Due ettari di giardino, suite di lusso con decorazioni in stile Punjabi, lampadari rosa, e ovviamente internet superveloce: il Serena Hotel è stato svuotato per accogliere le delegazioni e il governo. L’albergo è uno dei più lussuosi dell’Asia occidentale, di proprietà del fondo Aga Khan, legato alla famiglia del famoso filantropo e guida spirituale ismaelita morto l’anno scorso. Mercoledì il direttore ha scritto ai clienti: «Desideriamo informarvi che il governo del Pakistan ha requisito il nostro hotel per un importante evento, che si terrà da questa sera fino a domenica sera, siete pregati di lasciare le vostre stanze entro le 15». I negoziati procederanno in due fasi: nella prima saranno i pachistani a fare la staffetta tra americani e iraniani per quelle che in gergo vengono chiamate misure di confidence- building, ovvero testare il terreno su specifiche questioni per verificare che ci sia davvero la volontà di arrivare a un compromesso.
Nella seconda fase dovrebbe esserci il trilaterale, di persona. Potrebbe svolgersi allo stesso Serena o nella residenza del premier Shehbaz Sharif in mezzo a imponenti misure di sicurezza. Per Islamabad è una sfida ambiziosa: il successo dei negoziati potrebbe consegnare al Pakistan uno stato nuovo di potenza in grado di garantire stabilità in una regione tormentata. La scelta di Islamabad ha messo d’accordo i due belligeranti: a differenza dei paesi del Golfo non ospita basi Usa, ha buoni rapporti con l’Iran, pur avendo siglato un patto di difesa con i sauditi che ha esteso a Riad l’ombrello nucleare pakistano, ed è amico sia di Washington che di Pechino. Le aspettative su Islamabad sono alte, ma il rischio lo è altrettanto: se i negoziati falliranno, il Pakistan può ritrovarsi con una nuova crisi sul suo fianco orientale, perdendo l’occasione di affermarsi come capitale della diplomazia.