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Vance, l’interventista riluttante a cui serve l’intesa con l’Iran

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Il numero 2 di Trump era contrario all’attacco. Ora un accordo può rilanciare le sue ambizioni
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NEW YORK – Con la guerra in Iran, JD Vance si sta giocando la possibilità di raccogliere l’eredità di Donald Trump e candidarsi alla Casa Bianca nel 2028. Ma l’ironia della sorte vuole che proprio lui, uno degli esponenti più intransigenti dell’amministrazione, dovrà invece fare ricorso alle proprie risorse di dialogo per avere successo. Questa, almeno, è la ragione per cui gli iraniani hanno chiesto e ottenuto che guidasse la delegazione americana a Islamabad. Sanno che il vice presidente era il più scettico sulla guerra e sanno anche che ha bisogno di chiuderla, per portare via il consenso della base Maga al segretario di Stato e potenziale rivale elettorale Marco Rubio.

Vance ha servito nei Marines dal 2003 al 2007, e anche se non ha mai davvero combattuto - perché il suo incarico era quello di documentare la guerra in Iraq come giornalista militare - su questa esperienza ha costruito la sua carriera. Primo, perché grazie al “G.I. Bill” è andato all’università, in Ohio e poi a…

NEW YORK – Con la guerra in Iran, JD Vance si sta giocando la possibilità di raccogliere l’eredità di Donald Trump e candidarsi alla Casa Bianca nel 2028. Ma l’ironia della sorte vuole che proprio lui, uno degli esponenti più intransigenti dell’amministrazione, dovrà invece fare ricorso alle proprie risorse di dialogo per avere successo. Questa, almeno, è la ragione per cui gli iraniani hanno chiesto e ottenuto che guidasse la delegazione americana a Islamabad. Sanno che il vice presidente era il più scettico sulla guerra e sanno anche che ha bisogno di chiuderla, per portare via il consenso della base Maga al segretario di Stato e potenziale rivale elettorale Marco Rubio.

Vance ha servito nei Marines dal 2003 al 2007, e anche se non ha mai davvero combattuto - perché il suo incarico era quello di documentare la guerra in Iraq come giornalista militare - su questa esperienza ha costruito la sua carriera. Primo, perché grazie al “G.I. Bill” è andato all’università, in Ohio e poi a Yale; secondo, e questo è un aspetto centrale del suo percorso politico, perché vivendo in prima persona l’intervento ordinato dal presidente Bush dopo gli attentati dell’11 settembre, ha maturato una profonda avversione per questo genere di operazioni. Così si è ritrovato in perfetto allineamento col mondo Maga, che ha eletto Trump anche o soprattutto perché in campagna elettorale aveva promesso di chiudere le guerre senza fine, in particolare nel Medio Oriente. Aderire alle scelte del presidente, ora, rischia di compromettere il suo futuro politico. Perciò deve cercare il modo di distinguersi con un complicato equilibrismo, non alienando il proprio capo, ma allo stesso tempo senza perdere la fiducia della base di cui avrà assoluto bisogno nel 2028.

Il New York Times ha rivelato che lui si era opposto all’intervento in Iran, in particolare quando l’11 febbraio il premier israeliano Netanyahu aveva convinto Trump ad attaccare durante un incontro nella Situation Room. «Io - aveva detto Vance al presidente - non penso che sia una buona idea. Però se decidi di procedere ti appoggerò, e dovremo farlo con tutta la forza possibile». Gli ayatollah lo sanno e pensano che nonostante la sua fama di falco, a Islamabad avrà più interesse dei negoziatori originali Witkoff e Kushner a interpretare il ruolo della colomba. Non perché sia ponto a regalare concessioni, ma perché sa che più la guerra andrà avanti, più si ridurranno le sue possibilità di diventare il titolare della Casa Bianca.

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