Esteri

I mediatori pachistani non mollano la presa: “Un’intesa Iran-Usa è possibile”

Shehbaz Sharif
Shehbaz Sharif (afp)

Washington ha chiesto di sospendere l’arricchimento di uranio per vent’anni. Proposta respinta, ma la questione resta sul tavolo. Possibile un nuovo incontro prima della scadenza

del 21 aprile

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ISLAMABAD – Washington manda segnali. Teheran raccoglie, e torna a parlare col Golfo. Islamabad tesse la tela tra le capitali. La Turchia e l’Egitto fanno da cordone. Il negoziato interrotto nel fine settimana non ha chiuso la porta della diplomazia. Si tratta, e un nuovo incontro tra Iran e Stati Uniti potrebbe già esserci la prossima settimana. La parola chiave è “moratoria”: congelare l’arricchimento dell’uranio iraniano per 20 anni, questo hanno proposto gli americani a Teheran.

«Non ci sarà nessun vincitore chiaro in questa guerra, e tutte e due le parti saranno obbligate a un compromesso. Stiamo lavorano perché ci si arrivi il prima possibile e nel miglior modo. Ci aspettiamo altri incontri tra le delegazioni», dice a Repubblica un funzionario pakistano al corrente delle discussioni in corso. La data da tenere d’occhio è il 21 aprile, la scadenza fissata per il cessate il fuoco mediato da Islamabad: un vertice tra le due delegazioni, forse a livello tecnico, potrebbe tenersi prima, come hanno confermato anche fonti americane. Islamabad è ancora candidata ma si potrebbe tenere anche altrove, in Turchia per esempio. L’obiettivo dei mediatori è chiudere un accordo quadro tra gli Stati Uniti e l’Iran o concordare una estensione del cessate il fuoco di 30-40 giorni per permettere alla diplomazia di fare il suo corso.

Da quando Vance ha lasciato la base militare di Rawalpindi per tornare in America, i contatti sono stati costanti, anche tra Washington e Teheran, conferma la Casa Bianca, nonostante il blocco navale. David Ignatius, storico commentatore del Washington Post con ottime fonti, scrive che Trump non vuole riprendere la guerra e sta cercando una via di uscita negoziale. Descrive un incontro cordiale nella notte dell’Hotel Serena, durante la quale il presidente del parlamento iraniano Ghalibaf avrebbe «impressionato la squadra americana come un negoziatore raffinato e professionale, e potenziale leader di un nuovo Iran». Dopo nemmeno 24 ore Trump ha deciso però di bloccare tutti i porti iraniani. «Vuole togliere a Teheran la leva negoziale di Hormuz, ma è una strategia con molti rischi», continua la fonte pakistana. Una guerra di nervi tra Stati Uniti e Iran sullo stretto potrebbe avere effetti devastanti sui prezzi del petrolio e sull’inflazione, ma anche sul cibo, con il rischio di una «catastrofe agroalimentare globale», avverte la Fao. Costi insostenibili per Trump e pure per gli iraniani che, secondo le stime pubblicate da Time, perdono 435 milioni di dollari al giorno in mancate esportazioni e importazioni con il blocco di Hormuz.

La spinta per arrivare a un’intesa, dunque, c’è. «Eravamo a un passo dall’accordo a Islamabad, poi abbiamo trovato massimalismo, cambiamenti di obiettivi e chiusura», dichiara il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, che ha avuto una serie di telefonate con i colleghi di Oman, Qatar, Arabia Saudita. «Lo stretto non può essere usato come pedina di scambio nelle negoziazioni», è il messaggio di Doha. Il nodo resta il nucleare. Gli americani hanno chiesto all’Iran una moratoria di 20 anni sull’arricchimento dell’uranio, scrive Axios, gli iraniani hanno rilanciato con “un numero a una cifra”, ma è comunque un segno che è possibile trovare un terreno di compromesso. «Una moratoria può essere accettabile per l’Iran e la sua durata può essere negoziata. Il principio del diritto all’arricchimento, tuttavia, non è negoziabile», commenta l’analista Sina Azodi. La domanda è: cosa succederebbe una volta scaduta la moratoria? L’Iran potrebbe tornare ad arricchire l’uranio? E in quale percentuale? Sul tavolo dei mediatori c’è anche un’idea alternativa, pure questa non nuova, di un consorzio regionale per gestire l’arricchimento con dentro gli americani; ma era già stata rifiutata in precedenti negoziati.

L’altro tema controverso riguarda il destino dei 400 kg di uranio arricchito al 60% e sepolti in gran parte sotto le montagne del sito di Isfahan, secondo l’Aiea. Gli americani vogliono che vengano trasferiti fuori dall’Iran. Gli iraniani rifiutano questa ipotesi e hanno proposto di diluire la percentuale di arricchimento con un “processo monitorato”. L’Aiea potrebbe essere coinvolta, sia per il recupero di questo materiale altamente pericoloso che per la sua conservazione. Si è fatto avanti pure Putin, che con l’Iran ha costruito un partenariato economico, militare e di intelligence quasi insostituibile per Mosca, offrendo di portare in Russia l’oro di Teheran. Nessuno, per ora, gli ha risposto.

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