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"Il partito di Magyar è incentrato su una sola persona, l’autoritarismo non fa bene alla democrazia”

(afp)

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Intervista a Jan-Werner Müller, tra i massimi esperti al mondo di populismi, professore di Teoria politica all’Università di Princeton. “Sostenendolo liberali e sinistra hanno messo i loro valori in secondo piano, non avrebbe vinto senza questo sacrificio”
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BUDAPEST – E’ preoccupante che la sinistra in Ungheria sia sparita. Ma è accaduto perché, “per la prima volta nella storia, ha fatto un passo indietro: ha anteposto la difesa della democrazia a quella dei suoi valori”. E ha sostenuto un conservatore come Péter Magyar, pur di favorire un cambio di regime e la cacciata di Viktor Orbán. Jan-Werner Müller, tra i massimi esperti al mondo di populismi, professore di Teoria politica all’Università di Princeton, spiega anche in quest’intervista a Repubblica perché il problema riguardo a Magyar “è quando un partito è centrato su una persona sola. Un partito autoritario non è salutare per una democrazia”.

Cosa pensa delle elezioni in Ungheria?

“L’ironia della sorte è che il sistema elettorale che Viktor Orbán ha costruito nella convinzione che non avrebbe mai perso le elezioni si è ritorto contro di lui. Il suo rivale, Péter Magyar, ha conquistato una maggioranza enorme in Parlamento e può governare indisturbato. Il suo trucco è stato quello di…

BUDAPEST – E’ preoccupante che la sinistra in Ungheria sia sparita. Ma è accaduto perché, “per la prima volta nella storia, ha fatto un passo indietro: ha anteposto la difesa della democrazia a quella dei suoi valori”. E ha sostenuto un conservatore come Péter Magyar, pur di favorire un cambio di regime e la cacciata di Viktor Orbán. Jan-Werner Müller, tra i massimi esperti al mondo di populismi, professore di Teoria politica all’Università di Princeton, spiega anche in quest’intervista a Repubblica perché il problema riguardo a Magyar “è quando un partito è centrato su una persona sola. Un partito autoritario non è salutare per una democrazia”.

Cosa pensa delle elezioni in Ungheria?

“L’ironia della sorte è che il sistema elettorale che Viktor Orbán ha costruito nella convinzione che non avrebbe mai perso le elezioni si è ritorto contro di lui. Il suo rivale, Péter Magyar, ha conquistato una maggioranza enorme in Parlamento e può governare indisturbato. Il suo trucco è stato quello di creare un partito molto unito che ha battuto a tappeto le campagne ed è riuscito a calamitare l’intera opposizione anti-Orbán. C’è una certa giustizia poetica in tutto ciò. Alla fine il sistema si è rivelato vulnerabile. E considero anche ironico il fatto che lo slogan che Orbán gridò notoriamente nel 1989 dalla Piazza degli eroi di Budapest, 'Russi andate a casa’, sia stato usato, stavolta, contro di lui. Un epilogo shakespeariano”.

Nel Parlamento ungherese sono entrati solo tre partiti, tutti conservatori o di estrema destra. Non è preoccupante che la sinistra sia sparita?

“Vero. Ma penso che ciò rappresenti anche un rischio per Magyar: il suo partito tiene insieme una coalizione estremamente eterogenea. E il rischio che qualcuno sia tentato, a un certo punto, di staccarsi da lui per fondare un partito di sinistra, c’è. Però è anche vero che finché c’è questo sistema elettorale e le risorse si concentrano soprattutto sul partito dominante, è complicato sfidare Magyar. Una cosa va riconosciuta peraltro, ai liberali e alla sinistra: sostenendo Magyar hanno messo i loro valori in secondo piano pur di salvare la democrazia. Magyar non avrebbe vinto senza questo sacrificio. Ed è la prima volta che succede”.

La sconfitta di Orbán è un colpo alla destra globale?

“E’ vero che Orbán ha investito molto sulla dimensione internazionale del suo modello. Ha costruito ponti oltre l’Atlantico, e per l’estrema destra americana e i Maga era quasi obbligatorio, a un certo punto, andare in Ungheria. Però non credo conti molto il fatto che Orbán abbia perso, per la popolarità delle destre europee. Così come penso che il sostegno di Trump non smuova molto, anzi”.

Ultimamente il suo sostegno sembra sia diventato, al contrario, un veleno. Tutte stanno prendendo le distanze da Trump, da Rassemblement national all’Afd.

“Non credo che Trump punti a costruire un’internazionale nera. Lui pensa solo agli interessi economici e non è fedele a nessuno. Trump non è una persona seria. Se Magyar farà gli interessi americani, gli piacerà”.

Trump sta costruendo uno Stato-mafia come Orbán?

“D’un lato penso che le sue guerre culturali servano a distrarre da altro, come Orbán che si scagliava contro la comunità lgbtqi+ per distrarre dal fatto che rubava soldi dei contribuenti europei. Dall’altro penso che Orbán sia stato più abile di lui, ha creato un’infrastruttura intellettuale molto solida per diffondere le sue idee e distrarre dall’arricchimento personale: si è preso università, fondazioni, istituti, think tank, ha cercato di imporsi anche sul piano culturale”.

Cosa pensa di Magyar?

“Il problema, secondo me, è quando un partito è centrato su una persona sola. Non è salutare per una democrazia se i partiti sono guidati in modo autoritario e costruiti come un ‘one-man-show’. Spesso sono anche quelli che dicono ‘guardate, mi circonderò di gente competente che viene dalla società civile’, come fece ad esempio Emmanuel Macron. Ma è difficile dare a questi partiti una prospettiva, nel lungo termine”.

Come si vede proprio nel caso di Macron.

“Comunque per Magyar la sfida vera sarà ripristinare il pluralismo e la competizione politica nelle sedi giuste”.

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