DOHA – «Potrebbe accadere qualcosa nei prossimi due giorni», proprio in Pakistan. E soprattutto «siamo più propensi ad andarci». Come in un tetro Gioco dell’Oca su scala globale, Donald Trump lancia i dadi che potrebbero riportarlo alla casella di Islamabad. E rifare così della capitale pakistana il centro di quel negoziato con l’Iran che poche ore prima lo stesso presidente Usa aveva dato per finito. Ma, come ormai accade sempre, a Washington si recita a soggetto: parlando con il New York Post, Trump corregge la rotta dei suoi, smentisce l’ipotesi di sedi alternative come Ginevra («perché dovremmo andare in un Paese che non c’entra nulla?»), promuove il capo dell’esercito pakistano che «sta facendo un lavoro fantastico» come mediatore e soprattutto riapre il tavolo. Non è ancora una trattativa, ma forse non è più un fallimento dopo che J.D. Vance aveva fatto saltare il tavolo in Pakistan.
Il negoziato in realtà non si è mai chiuso, come da Islamabad avevano già tenuto a dire lun…
DOHA – «Potrebbe accadere qualcosa nei prossimi due giorni», proprio in Pakistan. E soprattutto «siamo più propensi ad andarci». Come in un tetro Gioco dell’Oca su scala globale, Donald Trump lancia i dadi che potrebbero riportarlo alla casella di Islamabad. E rifare così della capitale pakistana il centro di quel negoziato con l’Iran che poche ore prima lo stesso presidente Usa aveva dato per finito. Ma, come ormai accade sempre, a Washington si recita a soggetto: parlando con il New York Post, Trump corregge la rotta dei suoi, smentisce l’ipotesi di sedi alternative come Ginevra («perché dovremmo andare in un Paese che non c’entra nulla?»), promuove il capo dell’esercito pakistano che «sta facendo un lavoro fantastico» come mediatore e soprattutto riapre il tavolo. Non è ancora una trattativa, ma forse non è più un fallimento dopo che J.D. Vance aveva fatto saltare il tavolo in Pakistan.
Il negoziato in realtà non si è mai chiuso, come da Islamabad avevano già tenuto a dire lunedì. «La riunione potrebbe aver luogo presto», filtra adesso da fonti pakistane di alto livello, mentre da Teheran arriva un segnale parallelo: «Lo scambio di messaggi prosegue», anche se si precisa che non c’è «nessuna decisione sul formato» dell’incontro. Tradotto: il canale diplomatico resta aperto, mentre la sede è secondaria. E anche la tempistica diventa fluida: «Ovunque e in qualsiasi momento», dicono fonti diplomatiche iraniane, con la tregua Usa-Iran che salvo nuovo accordi scade il 21 aprile.
Sul tavolo restano distanze difficili da colmare. La più evidente è quella sul nucleare. Washington chiede una moratoria lunga, vent’anni, sull’arricchimento dell’uranio, offrendo in cambio un allentamento delle sanzioni. Teheran risponde con un orizzonte molto più corto: cinque anni. È la misura della sfiducia reciproca, con gli Usa che vogliono congelare il problema per una generazione e già così rinnegano l’obiettivo di non avere mai più un Iran con il nucleare; Teheran, invece, vuole limitare lo stop e mantenere margini di manovra. In mezzo c’è il nodo ancora più sensibile: il destino dell’uranio già arricchito, che Washington vorrebbe portare fuori dal Paese. Qui la distanza non è quantificabile.
Secondo dossier, meno esplicito ma altrettanto divisivo, è quello dei risarcimenti, che Teheran chiede per gli ingenti danni subiti sotto il fuco di Usa e Israele. E poi, ovviamente, il punto centrale di Hormuz, quello che agita ogni angolo di mondo per le ricadute economiche. L’Iran denuncia ancora una «violazione grave della sovranità» per il blocco navale imposto dagli Stati Uniti. Washington risponde rivendicando una misura «imparziale», applicata «a navi di tutte le nazioni».
Nello Stretto, comunque, tacciono le armi: già questo è un provvisorio successo. Nelle prime 24 ore del blocco «nessuna nave è riuscita a superarlo» e «sei mercantili hanno invertito la rotta», detta il Comando centrale americano. Non è uno Stretto completamente paralizzato: poche unità, si contano sulle dita di una mano, sono riuscite ieri a passare perché nella loro rotta non toccano porti iraniani. Ma non è nemmeno lo Stretto aperto su cui si concentra la pressione di tutta la comunità internazionale, che guarda soprattutto al risultato finale e non al dettaglio dei negoziati. L’Agenzia internazionale dell’energia avverte che ad aprile «nulla è stato caricato» nel Golfo e parla di «shock di offerta» senza precedenti . L’Onu richiama la libertà di navigazione. I mercati oscillano: il petrolio scende sulle aspettative di un accordo, ma resta esposto a ogni segnale contrario.
In questo contesto anche Teheran lascia filtrare aperture. Il ministro degli Esteri parla di uno Stretto «aperto con le dovute considerazioni tecniche»: una formula che consente di trattare senza arretrare formalmente. Tutte le diplomazie, non solo europee, si muovono. I ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Egitto e Pakistan si vedono ad Antalya con il loro omologo turco per discutere proprio delle proposte da presentare all’Iran. Due gli obiettivi: un cessate il fuoco stabile e la riapertura dello Stretto. «La palla è nel campo degli iraniani», dice ancora Trump, secondo cui i nemici «vogliono un accordo a tutti i costi». La casella di Islamabad appare più vicina, ma il percorso per arrivarci resta disseminato di imprevisti.