Hezbollah, il nodo nel negoziato Israele-Libano: dal legame con l’Iran alle difficoltà del disarmo
di Enrico FranceschiniLONDRA – Dalla guerra, a volte, nasce la pace: in Medio Oriente è successo fra Israele ed Egitto dopo i conflitti del 1948, 1967 e 1973, sebbene quella tra Israele e il Cairo sia stata a lungo definita una “pace fredda”. Il negoziato annunciato da Donald Trump fra Israele e Libano, che dovrebbe svolgersi nei prossimi giorni a Washington dopo un iniziale incontro alla Casa Bianca fra gli ambasciatori dei due Paesi, farebbe anch’esso seguito a una guerra fra lo Stato ebraico e il cosiddetto Paese dei cedri, andata avanti a intermittenza praticamente da tre quarti di secolo. Sulla carta, il riavvicinamento potrebbe apparire meno drammatico di quello del 1979 fra Israele e il Cairo: a differenza dell’Egitto, il Libano non è il Paese leader del mondo arabo, è molto più piccolo (5 milioni di abitanti contro 107 milioni) ed è lo stato più multiconfessionale della regione, oggi composto per il circa 50 per cento da musulmani, per il 34 per cento da cristiani e per il resto da altre confession…
LONDRA – Dalla guerra, a volte, nasce la pace: in Medio Oriente è successo fra Israele ed Egitto dopo i conflitti del 1948, 1967 e 1973, sebbene quella tra Israele e il Cairo sia stata a lungo definita una “pace fredda”. Il negoziato annunciato da Donald Trump fra Israele e Libano, che dovrebbe svolgersi nei prossimi giorni a Washington dopo un iniziale incontro alla Casa Bianca fra gli ambasciatori dei due Paesi, farebbe anch’esso seguito a una guerra fra lo Stato ebraico e il cosiddetto Paese dei cedri, andata avanti a intermittenza praticamente da tre quarti di secolo. Sulla carta, il riavvicinamento potrebbe apparire meno drammatico di quello del 1979 fra Israele e il Cairo: a differenza dell’Egitto, il Libano non è il Paese leader del mondo arabo, è molto più piccolo (5 milioni di abitanti contro 107 milioni) ed è lo stato più multiconfessionale della regione, oggi composto per il circa 50 per cento da musulmani, per il 34 per cento da cristiani e per il resto da altre confessioni.
Eppure, da oltre quarant’anni il Libano è in uno stato di ostilità pressoché permanente con Israele per la presenza sul suo territorio di Hezbollah, il movimento politico-religioso islamico sciita filo-iraniano, dotato di una ingente forza paramilitare, che è diventato una sorta di stato all’interno dello stato libanese, sfuggendo al controllo del governo centrale di Beirut. Proprio l’esistenza di Hezbollah, e in particolare l’esigenza di smilitarizzare l’organizzazione, è il punto cruciale della trattativa di pace annunciata da Trump. Se Hezbollah non viene privato delle armi, Israele non si ritirerà dal sud del Libano, in cui il suo esercito è entrato nel corso dell’odierno conflitto; ma se Israele non si ritira dal sud del Libano, il governo di Beirut afferma che non firmerà alcuna pace con Israele.
Come nasce Hezbollah
La storia si ripete. Nel 1982 Israele invade il Libano per distruggere le basi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) guidata da Yasser Arafat, che da lì lanciano attacchi e attentati contro lo Stato ebraico. La guerra devasta il Libano, causa massacri di civili ad opera delle milizie falangiste cristiane alleate di Israele nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila, e costringe Arafat e i suoi guerriglieri a fuggire per nave in Tunisia, che diventerà in seguito la loro nuova base di operazioni. È in questo clima che alcuni religiosi islamici libanesi, ispirati dalla rivoluzione dell’ayatollah Khomeini in Iran di tre anni prima, proprio nel 1982 fondano Hezbollah (alla lettera significa “il partito di Dio”). Come gli iraniani, sono musulmani sciiti (il 22 per cento della popolazione libanese, mentre i musulmani sunniti sono il 28 per cento) e con Teheran stabiliscono dall’inizio forti legami: 1500 istruttori delle Guardie della Rivoluzione, il corpo di forze speciali che controlla i gangli vitali del potere in Iran, addestrano la milizia libanese, trasformandola in una forza paramilitare di prim’ordine.
Il manifesto iniziale di Hezbollah, ricalcando i programmi di Khomeini, elenca come obiettivi la distruzione di Israele, l’espulsione di ogni influenza occidentale dal Medio Oriente e la creazione di uno stato islamico sul modello di quello iraniano: un distacco totale dalle tradizioni di un Paese che in passato era soprannominato “la Parigi del Medio Oriente”. In seguito, Hezbollah accetta l’idea di un governo libanese di unità nazionale che includa anche partiti non islamici, ma sempre in contrapposizione a Israele, all’America e all’Occidente.
Il ritiro israeliano
Dopo l’invasione del 1982, Israele occupa un’area nel sud del Libano che chiama “fascia di sicurezza”, per impedire a Hezbollah di lanciare razzi e attacchi sui kibbutz del nord dello Stato ebraico, come aveva fatto in precedenza l’Olp di Arafat. Ma due decenni di guerra lungo la frontiera, sia pure a bassa intensità, logorano il governo di Gerusalemme, il cui primo ministro Ehud Barak, ex-generale e laburista come il suo predecessore Yitzhak Rabin che era stato l’artefice del processo di pace con i palestinesi, nel 2000 ordina il ritiro unilaterale dal Libano. Un risultato che Hezbollah rivendica come una propria vittoria, aumentando il prestigio in Libano.
Le guerre civili
Ma Hezbollah non combatte soltanto contro Israele. Il movimento paramilitare sciita è impegnato nelle varie fasi della guerra civile libanese, scontrandosi ripetutamente con l’esercito regolare del Libano, nei confronti del quale vanta una supremazia in armi e uomini. Nel 2006 svolge un ruolo cruciale nella guerra civile in Siria, contribuendo (insieme alla Russia) a tenere in piedi il governo del dittatore Bashar Assad, figlio del presidente e autocrate Hafez Assad che aveva guidato il Paese con pugno di ferro in precedenza. A tenere le fila delle campagne militari di Hezbollah, in Libano, in Siria e contro Israele, è sempre l’Iran, che finanzia e fornisce armi al movimento sciita libanese facendone un proprio esercito per procura, come Hamas a Gaza e gli Houti nello Yemen. Nel 2021 Hassan Nasrallah, da decenni il leader di Hezbollah, afferma di avere 100 mila miliziani armati.
La rete sociale
Tuttavia Hezbollah non è soltanto una formidabile macchina da guerra. Come Hamas a Gaza, anche Hezbollah crea nel sud del Libano, l’area a maggioranza sciita, una vasta rete sociale, con scuole, moschee, ospedali, centri studi, offrendo posti di lavoro e fornendo assistenza a una popolazione mediamente più povera rispetto ad altre confessioni religiose nazionali, quali i musulmani sunniti e i cristiani. Gestisce anche una stazione televisiva via satellite, Al Manar, e pubblica vari giornali. Politicamente, partecipa alle elezioni per il parlamento libanese, incrementando il numero dei propri deputati.
Il terrorismo
Hezbollah viene considerato responsabile di una lunga serie di attentati, all’estero e in patria, tra cui l’attacco suicida all’ambasciata americana di Beirut del 1983 e l’assassinio del primo ministro libanese Rafic Hariri nel 2005. Una trentina di Paesi, tra cui Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Germania, Israele, designano ufficialmente Hezbollah come un’organizzazione terroristica. L’Unione Europea considera un’organizzazione terroristica soltanto il braccio armato di Hezbollah, differenziandolo dal partito politico. Con il passare del tempo, il terrorismo fa aumentare le critiche a Hezbollah da parte del resto della popolazione libanese, specie dopo la tremenda esplosione nel porto di Beirut nel 2020, che provoca 218 morti, 7 mila feriti e 300 mila sfollati, della quale la milizia sciita è giudicata almeno parzialmente responsabile. Per quanto Hezbollah si definisca come un movimento di resistenza, la maggioranza della popolazione libanese lo vede sempre di più come un ostacolo alla stabilità, alla pace e allo sviluppo.
L’assassinio di Nasrallah
Per di più, si potrebbe dire parafrasando il noto proverbio, chi di guerra civile ferisce, di guerra civile rischia di perire. La vittoria dei ribelli guidati da Ahmed al Shaara, nella fulminea guerra civile che nel 2024 mette fine al regime di Assad in Siria, priva Hezbollah di un prezioso alleato. Nello stesso anno, Israele indebolisce Hezbollah con un paio di spregiudicate operazioni, facendo esplodere migliaia di cercapersone nelle mani dei dirigenti del movimento e assassinando il suo leader supremo, lo sceicco Nasrallah. La guerra di Gaza e le guerre fra Israele e Iran con la partecipazione degli Usa, quella di dodici giorni nell’estate 2025 e quella appena interrotta da un fragile cessate il fuoco, indeboliscono Teheran, che di Hezbollah era il regista e il finanziatore. Per la prima volta l’esercito regolare libanese sembra in grado di confrontare se non di intimidire Hezbollah. Per la prima volta dal 1982, in Libano l’equilibrio delle forze appare mutato.
La difficoltà del disarmo
Hezbollah ha cominciato a bombardare il nord di Israele, o meglio ha intensificato i suoi attacchi, a partire dal 7 ottobre 2023, dopo l’aggressione di Hamas nel sud dello Stato ebraico e la reazione di Gerusalemme che ha portato all’invasione di Gaza. Il tenue cessate il fuoco a Gaza aveva portato a una altrettanto fragile tregua anche lungo la frontiera tra Israele e Libano, ma la guerra lanciata quest’anno da Israele e Usa contro l’Iran ha fatto ripartire gli attacchi di Hezbollah, con decine di migliaia di persone nel nord di Israele costrette a lasciare le proprie case o esposte al costante pericolo di bombardamenti. Lo Stato ebraico ha risposto con intensi attacchi aerei fino alle zone di Beirut sud popolate dagli sciiti e con una massiccia invasione per via di terra che si è spinta per oltre 10 chilometri in territorio libanese. Ma per arrivare alla pace con l’Iran, ed evitare un tracollo economico globale causato dalla chiusura dello stretto di Hormuz, Trump ha bisogno della pace, o almeno di un cessate il fuoco, anche fra Israele e Libano: perciò ha imposto al primo ministro israeliano Netanyahu di fermare gli attacchi (se non per limitate ragioni “difensive”) e lanciato una mediazione di pace fra Gerusalemme e Beirut.
L’incontro fra gli ambasciatori dei due Paesi nei giorni scorsi a Washington è senza precedenti: il Libano ha partecipato a quasi tutte le guerre arabe contro Israele e non ha relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico. Una trattativa a livello di ministri degli Esteri o di primi ministri va incontro però a un ostacolo micidiale: il disarmo di Hezbollah. Israele lo chiede come condizione di un proprio ritiro dal sud del Libano, per avere la certezza che non subirà più attacchi lungo il confine. In gennaio, l’esercito libanese ha affermato di avere fatto progressi nel restringere l’accesso di Hezbollah alle armi: Israele ha definito tali sforzi incoraggianti ma non ancora sufficienti.
Durante i più recenti combattimenti, il governo di Beirut ha designato Hezbollah come un gruppo illegale, dichiarandone illecite le attività militari: un altro passo verso la smilitarizzazione. Il governo di Beirut ha inoltre ordinato l’espulsione dell’ambasciatore iraniano, per sradicare ulteriormente i legami fra Teheran e Hezbollah. Ma la risposta di Hezbollah sottolinea che l’autorità centrale libanese ha ancora dei limiti: il movimento islamico sciita minaccia di riaccendere i conflitti intestini in Libano e l’ambasciatore iraniano, Mohammad Reza Shibani, per il momento rifiuta di andarsene. Per quanto indebolito, Hezbollah non si arrende. E se Israele, con l’appoggio di Trump, non è ancora riuscito a ottenere il disarmo di Hamas a Gaza, ottenere quello di Hezbollah in Libano sarà un obiettivo ancora più complesso.