GERUSALEMME – «I nostri piloti controllano i cieli iraniani, ma il lavoro non è ancora concluso». Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, la kippah sulla testa dello stesso blu acceso della cravatta (la tonalità della bandiera nazionale) e l’amico argentino Javier Milei in prima fila, lo ha affermato ieri, nel corso della tradizionale cerimonia che si tiene alla vigilia di Yom HaZikaron, il giorno dedicato alla memoria dei soldati caduti in guerra e alle vittime del terrorismo che si celebra oggi in Israele. La sua è una frase diventata ormai una sorta di mantra: ripetuta più volte negli ultimi giorni, sia riferendosi agli ayatollah iraniani che ai miliziani di Hezbollah in Libano.
Nonostante ex ostaggi e familiari delle vittime del 7 ottobre avessero invitato a boicottare la cerimonia, per protestare contro il governo che non ha istituito la commissione d’inchiesta indipendente che chiedono, il premier ha evocato comunque l’ «orribile massacro», enfatizzando: «Le forze di sicu…
GERUSALEMME – «I nostri piloti controllano i cieli iraniani, ma il lavoro non è ancora concluso». Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, la kippah sulla testa dello stesso blu acceso della cravatta (la tonalità della bandiera nazionale) e l’amico argentino Javier Milei in prima fila, lo ha affermato ieri, nel corso della tradizionale cerimonia che si tiene alla vigilia di Yom HaZikaron, il giorno dedicato alla memoria dei soldati caduti in guerra e alle vittime del terrorismo che si celebra oggi in Israele. La sua è una frase diventata ormai una sorta di mantra: ripetuta più volte negli ultimi giorni, sia riferendosi agli ayatollah iraniani che ai miliziani di Hezbollah in Libano.
Nonostante ex ostaggi e familiari delle vittime del 7 ottobre avessero invitato a boicottare la cerimonia, per protestare contro il governo che non ha istituito la commissione d’inchiesta indipendente che chiedono, il premier ha evocato comunque l’ «orribile massacro», enfatizzando: «Le forze di sicurezza israeliane hanno inferto colpo su colpo a coloro che cercano la nostra distruzione». E ripetendo un altro concetto già usato, lo scontro di civiltà: «Il mondo riconosce la nostra determinazione a difenderci e a difendere l’umanità dal fanatismo barbarico. Con gli Stati Uniti, portiamo sulle spalle l’intera civiltà occidentale».
Peccato che l’intesa con Trump traballi già da giorni. E proprio mentre Bibi parla, il presidente americano, ansioso di uscire dalle guerre in cui si è impelagato, dall’altra parte del mondo promette la firma di un accordo con l’Iran. Parlando, su Truth addirittura di potenziali «risultati sorprendenti. Se i nuovi leader sono intelligenti, l’Iran avrà un futuro grande e prospero». Salvo minacciare di nuovo: «Senza accordo, molte bombe». Mentre il Dipartimento di Stato Usa in contemporanea convoca per giovedì a Washington il secondo round di trattative fra Israele e Libano. Dimostrazione, scrive Yediot Ahronot, il principale giornale israeliano, che non è vero quel che sostiene il premier: ovvero, che l’alleato americano lo aggiorna costantemente sugli sviluppi dei colloqui. Per Netanyahu, lo scenario è da incubo. Se il conflitto si conclude ora, nessuno degli obiettivi da lui promessi– rovesciare il regime, distruggere il programma nucleare e quello missilistico dell’Iran – sarà raggiunto.
A sei mesi dalle elezioni, è una bella grana: i suoi consensi sono già in calo. Non basta. L’intelligence militare lancia l’allarme: se un eventuale accordo tra Usa e Iran non impone restrizioni all’industria missilistica iraniana, Teheran sarà in grado di accumulare migliaia di missili in pochi anni, costringendo Israele a una nuova guerra. Chiaro che il premier tifi dunque per una ripresa dei combattimenti, ora. I negoziati possono fallire in qualunque momento e l’esercito è già pronto a un’offensiva su vasta scala da affrontare in tempi rapidi. I caccia dell’aeronautica sono già pronti all’azione, i sistemi di difesa in massima allerta e la lista degli obiettivi compilata.
Aspettando il corso degli eventi, lui un risultato personale lo ha già ottenuto. Eviterà ancora una volta di testimoniare al processo per corruzione che lo riguarda. Il tribunale di Gerusalemme ha infatti annullato l’udienza prevista oggi, accogliendo la richiesta degli avvocati per “motivi di sicurezza e diplomatici”. Giustificazione, notano i giornali israeliani, già usata in occasione delle altre guerre: Gaza, Libano e ora, appunto, Iran. Di fatto, arenando il dibattimento, arrivato alla fase del suo controinterrogatorio.
Intanto, però, Netanyahu è costretto a cancellare un altro paese dalla lista degli amici. Il futuro premier ungherese Peter Magyar ieri ha detto che intende bloccare il ritiro del suo Paese dalla Corte penale internazionale. Questo significa che ne attuerà le decisioni: incluso il mandato d’arresto contro Netanyahu, per i crimini di guerra e contro l’umanità legati alla campagna condotta a Gaza.