NEW YORK – Contro l’America oscura di Donald Trump, creano luminose installazioni artistiche, dipingono murales, modellano statue. Sono i Bob Dylan e Joan Baez di questi tempi, le voce pacifiste, artisti che hanno invaso Washington di opere per denunciare l’autoritarismo del tycoon e la sua fame di dollari, armi e petrolio. La “guerrilla art” sta scrivendo un nuovo capitolo nella storia americana e ha molti protagonisti, alcuni con nome e cognome e altri anonimi.
Robin Bell ha collaborato con il polacco-americano Krzysztof Wodczko per proiettare immagini di una mostra immaginaria sulle pareti dell’ala est della National Gallery of Art. Le auto passavano lungo Pennsylvania Avenue, a un chilometro e mezzo di distanza dalla Casa Bianca, e intanto apparivano sui muri leggendarie opere contro la guerra, tra cui una di Banksy, “Bomb Love”, per denunciare il costo di vite umane di quello che papa Leone XIV ha definito “i discorsi della morte”. L’installazione si chiama “L’arte di metter…
NEW YORK – Contro l’America oscura di Donald Trump, creano luminose installazioni artistiche, dipingono murales, modellano statue. Sono i Bob Dylan e Joan Baez di questi tempi, le voce pacifiste, artisti che hanno invaso Washington di opere per denunciare l’autoritarismo del tycoon e la sua fame di dollari, armi e petrolio. La “guerrilla art” sta scrivendo un nuovo capitolo nella storia americana e ha molti protagonisti, alcuni con nome e cognome e altri anonimi.
Robin Bell ha collaborato con il polacco-americano Krzysztof Wodczko per proiettare immagini di una mostra immaginaria sulle pareti dell’ala est della National Gallery of Art. Le auto passavano lungo Pennsylvania Avenue, a un chilometro e mezzo di distanza dalla Casa Bianca, e intanto apparivano sui muri leggendarie opere contro la guerra, tra cui una di Banksy, “Bomb Love”, per denunciare il costo di vite umane di quello che papa Leone XIV ha definito “i discorsi della morte”. L’installazione si chiama “L’arte di mettere fine alla guerra”, una scelta che richiama per contrasto l’“arte di stringere accordi” evocata da Trump e dai suoi alleati, e quella della “pace attraverso la forza”, diventata il mantra del capo del Pentagono Pete Hegseth. Le opere spuntano all’improvviso in posti impensabili della capitale, a pochi passi dai palazzi del potere, come forma di resistenza artistica. Fuori dal Campidoglio, sede del Congresso americano, a settembre era sbucata una statua che raffigurava Trump mano nella mano con il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein.
L’amministrazione vive questa resistenza artistica con fastidio. Trump si sente accerchiato, detesta l’ironia che lo riguarda, ma non può nulla: chiusa un’opera, smontata un’installazione, ne nasce un’altra. Tolgono la statua di lui con Epstein e spunta, come al Lincoln Memorial, il “Trono giusto per un re”: un water dorato in un bagno decorato in stile regale, caricatura dell’ostentazione del potere e di una leadership diventata spettacolo. Provocazione ma fino a un certo punto: Trump ne ha fatto installare uno simile nella Lincoln Bedroom alla Casa Bianca.