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Inghilterra, gli elettori incoronano Farage. I laburisti sono travolti

Nigel Farage

 

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Reform Uk fa il pieno di voti alle comunali. Vittoria nazionalista anche in Galles e Scozia. Starmer sotto assedio: “Non mi dimetto”
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LONDRA – Le elezioni locali in Inghilterra, e nazionali in Galles e Scozia, trascinano la Gran Bretagna in una tempesta politica. Trionfa Nigel Farage, il premier Sir Keir Starmer è umiliato. Una decina di suoi deputati ne chiede le dimissioni. Ma il Labour è così ingessato nella crisi esistenziale che pure il golpe interno contro il leader s’ingolfa. Ride solo il re della Brexit, che con il suo partito di destra Reform Uk guadagna circa 1.500 seggi comunali in Inghilterra e il 28% del voto nazionale.

Starmer e il Labour, invece, col 19% dicono addio ad almeno 1.200 seggi. Una catastrofe. Non solo: il partito si è liquefatto anche in Galles, dopo aver dominato per un secolo e dove persino la “First Minister” Eluned Morgan ha perso il seggio. Mentre Farage, grazie alla sua retorica anti-migranti, ha spazzato via il Labour nelle periferie di Londra (dove ha vinto il suo primo comune, Havering) e nel “Red Wall”, il muro di sinistra nelle Midlands e del nord inglese come Sunderland, in ma…

LONDRA – Le elezioni locali in Inghilterra, e nazionali in Galles e Scozia, trascinano la Gran Bretagna in una tempesta politica. Trionfa Nigel Farage, il premier Sir Keir Starmer è umiliato. Una decina di suoi deputati ne chiede le dimissioni. Ma il Labour è così ingessato nella crisi esistenziale che pure il golpe interno contro il leader s’ingolfa. Ride solo il re della Brexit, che con il suo partito di destra Reform Uk guadagna circa 1.500 seggi comunali in Inghilterra e il 28% del voto nazionale.

Starmer e il Labour, invece, col 19% dicono addio ad almeno 1.200 seggi. Una catastrofe. Non solo: il partito si è liquefatto anche in Galles, dopo aver dominato per un secolo e dove persino la “First Minister” Eluned Morgan ha perso il seggio. Mentre Farage, grazie alla sua retorica anti-migranti, ha spazzato via il Labour nelle periferie di Londra (dove ha vinto il suo primo comune, Havering) e nel “Red Wall”, il muro di sinistra nelle Midlands e del nord inglese come Sunderland, in maggioranza bianco e operaio e oggi feudo di Farage, nonostante gli immigrati laggiù siano pochi: «Da oggi è un muro turchese», dice, come il colore del suo Reform Uk.

«Questo è solo l’inizio, trionferemo ovunque. Destra e sinistra oramai non esistono più», ci dice Farage alle 3 del mattino nel suo quartier generale, tra cocktail speciali come il “Nigel Negroni”. Il 62enne re della Brexit ha gli occhi stanchi ma più accesi che mai. Perché c’è la seria possibilità che un giorno diventi clamorosamente il nuovo inquilino di Downing Street. Del resto, vola nei sondaggi da molti mesi: «Questo è un cambiamento storico nella politica britannica!».

Cadono i tabù. Vincono anche i nazionalisti di Plaid Cymru in Galles e l’Snp in Scozia, entrambi indipendentisti come il Sinn Féin al potere in Irlanda del Nord. I due partiti tradizionali, Labour e Tory, monopolizzatori dell’ultimo secolo, oramai valgono come agli altri, ossia Reform Uk, i Lib-Dem e i Verdi di Zack Polanski, che ha fatto razzia nei quartieri della sinistra londinese. Un “pentagono” che sta distorcendo la democrazia britannica e il sistema elettorale uninominale secco che sinora aveva donato stabilità a un Regno oggi sempre più disunito.

Starmer, macchiato dallo scandalo Mandelson, non sembra più al volante di questo governo ammaccato, nonostante una maggioranza monstre a Westminster. Se Reform ruba seggi a destra, i Verdi prosciugano voti a sinistra. Una morsa letale per il Labour. Nei corridoi del Parlamento spira la furia dei deputati contro il premier: molti gli danno tempo fino a Natale, il ministro dell’ambiente Miliband gli chiede di pianificare l’uscita. Ma i suoi rivali interni (il sindaco di Manchester Andy Burnham, il ministro della Salute blairiano Wes Streeting e la “regina rossa” Angela Rayner) non sembrano pronti a prendere il timone, anche perché spaventati dall’imminente tormenta di inflazione e razionamenti in arrivo dall’Iran.

Dunque, chissà per quanto, Starmer resta a Downing Street: «Non mi dimetto», dichiara. Lunedì cercherà di rianimarsi con un grande discorso contro la Brexit. Mercoledì arrivano re Carlo e l’erede William a leggere al Parlamento il nuovo programma del premier, come vuole la tradizione alla riapertura annuale delle Camere. Palliativi. Ma una piccola speranza c’è, per il centrista Starmer: nonostante l’exploit, a destra, Farage non sembra andare oltre il 30%. Il vero problema è sul fianco opposto, con i Verdi che stanno surclassando il Labour tra lotta alle disuguaglianze, tasse ai ricchi e welfare. E se la battaglia decisiva si combattesse qui? Dì qualcosa di sinistra, Sir Keir.

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