✕

Dopo il tracollo di Labour e conservatori, l’Inghilterra vicina a un sistema politico all’italiana

Ascolta l'audio

Due forze nuove, i populisti di destra di Reform e i radicali di sinistra dei Verdi, portano via consensi ai movimenti tradizionali: saranno necessarie maggioranze con coalizioni di più partiti
3 minuti di lettura

LONDRA – Potrebbe esserci una politica all’italiana nel futuro del Regno Unito: ecco uno dei verdetti delle elezioni amministrative di questa settimana. Un Paese abituato da oltre un secolo all’alternanza fra conservatori e laburisti si ritrova con mezza dozzina di partiti in aperta competizione fra loro. Due forze nuove, i populisti di destra di Reform e i radicali di sinistra dei Verdi, portano via consensi ai movimenti tradizionali. E i separatisti, già al potere in Irlanda del Nord, si confermano il primo partito in Scozia e conquistano il governo in Galles: tre regioni su quattro in mano agli indipendentisti, un Regno Dis-Unito come mai prima d’ora. Le proiezioni danno Reform al 26 per cento, i Verdi al 18, Labour e Conservatori al 17 ciascuno, i Liberaldemocratici al 16, seguiti dai tre partiti regionali separatisti. Quando nel 2029 i sudditi di re Carlo torneranno alle urne per le elezioni nazionali, è possibile, se non necessario, che da questa frammentazione politica esca un …

LONDRA – Potrebbe esserci una politica all’italiana nel futuro del Regno Unito: ecco uno dei verdetti delle elezioni amministrative di questa settimana. Un Paese abituato da oltre un secolo all’alternanza fra conservatori e laburisti si ritrova con mezza dozzina di partiti in aperta competizione fra loro. Due forze nuove, i populisti di destra di Reform e i radicali di sinistra dei Verdi, portano via consensi ai movimenti tradizionali. E i separatisti, già al potere in Irlanda del Nord, si confermano il primo partito in Scozia e conquistano il governo in Galles: tre regioni su quattro in mano agli indipendentisti, un Regno Dis-Unito come mai prima d’ora. Le proiezioni danno Reform al 26 per cento, i Verdi al 18, Labour e Conservatori al 17 ciascuno, i Liberaldemocratici al 16, seguiti dai tre partiti regionali separatisti. Quando nel 2029 i sudditi di re Carlo torneranno alle urne per le elezioni nazionali, è possibile, se non necessario, che da questa frammentazione politica esca un governo di coalizione: formula a cui a Londra, diversamente da Roma, sono poco abituati.

Il ritorno di Farage

Ma questo sarebbe il meno, osservano il giorno dopo la Bbc, il Financial Times e altri commentatori. Il risultato più allarmante è che Nigel Farage, leader di Reform ed emulo di Trump, abbia preso più consensi di tutti e possa legittimamente aspirare a diventare il prossimo primo ministro britannico. Dieci anni fa era stato il promotore della Brexit. L’uscita dall’Unione europea si è rivelata un innegabile danno per la Gran Bretagna, ma ciò evidentemente non basta a dissuadere gli elettori dal puntare di nuovo su colui che più di tutti l’ha voluta. Come con Donald Trump in America, la lezione di una fallimentare prima volta non è sufficiente: gli inglesi sono pronti a credere di nuovo a Farage. La storia si ripete da questa parte dell’Atlantico: a volte ritornano. È più facile ingannare le persone, ammoniva il grande scrittore americano Mark Twain, che convincerle di essere state ingannate.

La richiesta di cambiare

La ragione di fondo del voto di protesta in effetti è simile, negli Stati Uniti come qui: lo scontento provocato dal declino economico dell’Occidente in quello che è sempre più il secolo asiatico. “Change”, cambiamento, era lo slogan che due anni fa aveva permesso a Keir Starmer di stravincere le elezioni e riportare il Labour a Downing Street dopo quattordici anni di governi conservatori: ma il cambiamento promesso non c’è stato. Non era facile produrlo, specie rapidamente, ma la sensazione è che tutto continui come prima. Così il popolo, qui come in America, va dietro a chi promette di cambiare: come Farage nell’odierno voto amministrativo e, con parole analoghe sebbene con obiettivi diversi, come i Verdi di Zack Polanski.

Lo spettro dell’immigrazione

Il cambiamento numero uno, per Farage come era stato per Trump, è sul terreno dell’immigrazione, indicata dal leader di Reform come la somma di tutti i mali. In realtà nel Regno Unito quella clandestina è in calo, ma è aumentata l’immigrazione legale, seppure non più dall’Unione Europea. I populisti non fanno distinzioni: “Non mi sembra più il mio Paese”, il lamento di un ex-elettore laburista, che questa settimana a Londra ha votato Reform, ripete lo stesso sentimento capace di fare vincere la Brexit nel referendum del 2016.

Nuovo leader per il Labour?

Adesso il Labour si trova davanti a un dilemma. L’attuale premier Starmer non piace: oltre a non avere saputo mantenere la promessa di cambiamento, si è dimostrato totalmente privo di carisma, leadership e giudizio politico. Ha deluso riformisti e radicali. Non ha saputo ispirare una visione per il futuro né comunicarla. Lo scandalo scoppiato intorno a Peter Mandelson, l’ambasciatore a Washington licenziato e poi arrestato per i suoi legami con il caso Epstein, è solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il problema è che nessuno degli aspiranti a prendere il posto di Starmer a metà legislatura, per guidare governo e partito fino alle prossime elezioni, appare perfetto. L’ex-vicepremier Angela Rayner ha avuto problemi con le tasse. Il ministro della Sanità Wes Streeting firmava email a Mandelson con una X: abbreviazione di “kiss” in inglese, bacio. Il sindaco di Manchester Andy Burnham non è in parlamento, almeno per ora, e qui bisogna esserne membri per diventare primo ministro. Può darsi che emergano candidati alternativi: come il ministro dell’Ambiente Ed Miliband, che tuttavia è già stato leader del Labour e ha perso un’elezione (nel 2010, contro David Cameron). L’opinione dominante dopo questo test elettorale è che Starmer non potrà rimanere a lungo al suo posto: se finora il Labour non ha saputo cambiare il Paese, dovrà almeno provare a cambiare premier o direzione. Chiunque sia il leader, ancora Starmer o uno dei suoi rivali interni, forse dovrebbe avere il coraggio del sindaco laburista di Londra, Sadiq Khan, e affermare che, per rilanciare l’economia, per ridare smalto e dinamismo al Regno Unito, non serve sventolare lo spettro dell’immigrazione, bensì bisogna rientrare nella Ue: come Khan ha detto di recente in un’intervista a “Repubblica”. Serve il coraggio, insomma, di dire la verità agli elettori, offrendo un cambiamento vero, serio, sostanziale. E serve prepararsi ad alleanze di coalizione, per evitare che fra tre anni a Downing Street ci finisca Nigel Farage, il Trump inglese.

Leggi i commenti