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Colpite due navi iraniane. Teheran: “Avventurismo Usa”

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Il ministro Araghchi: “Mosse sconsiderate ogni volta che l’opzione diplomatica è sul tavolo”. Vance vede il premier del Qatar. La Casa Bianca: “Accordo forse da un momento all’altro”
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GERUSALEMME – È una calma tesa, tesissima, quella con cui si aspetta che la trattativa fra l’Iran e gli Stati Uniti arrivi a una svolta in un senso o nell’altro. Se due giorni fa il termometro dell’attesa vigeva all’ottimismo, ieri dopo una giornata di colpi più o meno pesanti scambiati nello Stretto di Hormuz, la lancetta si è spostata sul pessimismo con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi che ha accusato gli Stati Uniti di optare per una «sconsiderata avventura militare» ogni volta che «una soluzione diplomatica è sul tavolo».

Gli iraniani «non si piegheranno mai alle pressioni», ha affermato Araghchi in un post su X, poco dopo la notizia che due petroliere iraniane erano state colpite nello Stretto. Una frase che ha gelato le aspettative accese dalle parole del segretario di Stato Usa Marco Rubio che a Roma aveva parlato di una risposta attesa «entro oggi».

I militari Usa hanno bloccato due petroliere vuote battenti bandiera iraniana che stavano tentando di entrar…

GERUSALEMME – È una calma tesa, tesissima, quella con cui si aspetta che la trattativa fra l’Iran e gli Stati Uniti arrivi a una svolta in un senso o nell’altro. Se due giorni fa il termometro dell’attesa vigeva all’ottimismo, ieri dopo una giornata di colpi più o meno pesanti scambiati nello Stretto di Hormuz, la lancetta si è spostata sul pessimismo con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi che ha accusato gli Stati Uniti di optare per una «sconsiderata avventura militare» ogni volta che «una soluzione diplomatica è sul tavolo».

Gli iraniani «non si piegheranno mai alle pressioni», ha affermato Araghchi in un post su X, poco dopo la notizia che due petroliere iraniane erano state colpite nello Stretto. Una frase che ha gelato le aspettative accese dalle parole del segretario di Stato Usa Marco Rubio che a Roma aveva parlato di una risposta attesa «entro oggi».

I militari Usa hanno bloccato due petroliere vuote battenti bandiera iraniana che stavano tentando di entrare in un porto della Repubblica islamica sul Golfo dell’Oman «in violazione del blocco statunitense in corso». Secondo il Comando regionale Usa (Centcom) le forze Usa stanno impedendo a oltre 70 petroliere di entrare o uscire dai porti iraniani: Teheran, naturalmente, smentisce.

La realtà è che nel Golfo le acque restano confuse e che gli Stati Uniti - con il viaggio di Trump in Cina alle porte e la necessità del presidente di concentrarsi su quello - hanno più fretta dell’Iran di raggiungere un accordo, nonostante le parole del presidente, che ieri ha sostenuto che i leader di Teheran «vogliono un accordo più di quanto lo voglia io. Potrebbe non accadere, ma potrebbe accadere da un giorno all’altro».

Nella chiave di un tentativo soluzione in tempi rapidi sembra andare anche l’incontro, avvenuto sempre ieri, fra il vicepresidente Usa JD Vance e il primo ministro del Qatar Mohammed ben Abdelrahmane al-Thani, l’uomo che ha aiutato gli Stati Uniti a districarsi dal pantano dell’Afghanistan e di Gaza. E che ora, potrebbe tornare in campo come mediatore con l’Iran, mettendo la parte la rabbia che Doha ha provato nel finire nel mirino di Teheran.

Del resto, in posizione assai complessa non c’è solo il Qatar ma tutti gli altri Paesi del Golfo: gli Emirati, raggiunti anche ieri mattina dai missili iraniani, che pretendono che da qualunque accordo non esca un Iran in grado di minacciarli con i suoi missili e i droni. L’Arabia Saudita che si trova scoperta rispetto agli attacchi del vicino-rivale e che si aspettava maggiore protezione dagli Usa. L’Oman, che ha perso il tradizionale ruolo neutrale perché è stato anch’esso attaccato. Sarebbe stata proprio l’opposizione saudita nei giorni scorsi a bloccare sul nascere il Project freedom di Trump, il piano di scorta Usa alle navi ad Hormuz: a divergenze appianate, ora la scorta potrebbe ripartire, scrive il Wall Street Journal. Bisogna capire però se sarà utile o se invece non farà salire ancora l’asticella di questa crisi senza fine.

In attesa, alla finestra, c’è Israele: il primo ministro Benjiamin Netanyahu fa sapere di essere «in costante coordinamento» con la Casa Bianca ma la sua influenza è assai diminuita rispetto alle prime fasi della guerra. Se ci sarà un accordo, sarà fatto alle sue spalle e difficilmente riuscirà a toccare a fondo la questione nucleare, che per Netanyahu è invece fondamentale. Tanto rumore per nulla, verrebbe da dire, se non fosse che nulla non è. Tutti i sondaggi dicono che se non porterà a casa una vittoria solida, il primo ministro sarà in serio svantaggio in vista delle elezioni politiche dell’autunno: per uscire dal tunnel, visto che non riesce a influenzare la scelta di Trump di chiudere in qualche maniera l’avventura iraniana, potrebbe spostare la sua attenzione su Gaza, dove la situazione resta bloccata, senza ricostruzione per la popolazione e senza disarmo di Hamas.

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