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Ecco perché in Giappone si riempiono le piazze contro il riarmo

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I manifestanti si oppongono agli sforzi della premier Sanae Takaichi per allontanare il Paese dalla sua identità pacifista
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TOKYO — Negli ultimi mesi, in tutto il Giappone si è fatta sempre più forte la parola d’ordine “No alla guerra”, comparsa sui cartelli di alcune delle più grandi manifestazioni viste nel Paese nell’ultimo decennio, compresa quella di sabato scorso. Le proteste prendono di mira la premier Sanae Takaichi e il suo tentativo di spingere il Giappone oltre la tradizionale identità pacifista che lo caratterizza dal dopoguerra.

Da quando ha assunto l’incarico, lo scorso ottobre, Takaichi ha eliminato restrizioni storiche sull’esportazione di armi, disposto il dispiegamento di missili a lungo raggio nel sud-ovest del Paese e promosso un rafforzamento dei legami militari con gli alleati. Misure che il governo ritiene necessarie alla luce dell’aumento dei conflitti internazionali.

Da decenni il Giappone si allontana progressivamente dalla posizione antimilitarista sancita dalla Costituzione adottata sotto l’occupazione alleata dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Ma le iniziative del…

TOKYO — Negli ultimi mesi, in tutto il Giappone si è fatta sempre più forte la parola d’ordine “No alla guerra”, comparsa sui cartelli di alcune delle più grandi manifestazioni viste nel Paese nell’ultimo decennio, compresa quella di sabato scorso. Le proteste prendono di mira la premier Sanae Takaichi e il suo tentativo di spingere il Giappone oltre la tradizionale identità pacifista che lo caratterizza dal dopoguerra.

Da quando ha assunto l’incarico, lo scorso ottobre, Takaichi ha eliminato restrizioni storiche sull’esportazione di armi, disposto il dispiegamento di missili a lungo raggio nel sud-ovest del Paese e promosso un rafforzamento dei legami militari con gli alleati. Misure che il governo ritiene necessarie alla luce dell’aumento dei conflitti internazionali.

Da decenni il Giappone si allontana progressivamente dalla posizione antimilitarista sancita dalla Costituzione adottata sotto l’occupazione alleata dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Ma le iniziative della premier — insieme al rafforzamento del suo potere dopo la netta vittoria alle elezioni anticipate di febbraio — hanno alimentato i timori di un’erosione definitiva del pacifismo giapponese del dopoguerra.

I suoi oppositori hanno organizzato manifestazioni in tutte le prefetture del Paese e, settimana dopo settimana, le piazze si sono ingrandite. I sostenitori della premier, però, ribattono che il Giappone si trova in un contesto geopolitico difficile: una Cina sempre più assertiva, una Corea del Nord imprevedibile, una Russia impegnata in guerra e un’alleanza con gli Stati Uniti percepita come meno affidabile rispetto al passato.

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Quando sono iniziate le proteste?

L’attuale ondata di manifestazioni ha iniziato a prendere forma a febbraio, dopo la vittoria elettorale di Takaichi, interpretata come un mandato ampio per portare avanti il suo programma conservatore, incluso il rafforzamento delle capacità militari del Giappone. In quel mese migliaia di persone si sono radunate davanti al Parlamento per difendere il pacifismo.

Secondo gli analisti, il Partito Liberal Democratico al governo dispone oggi della piattaforma politica più forte degli ultimi decenni per perseguire un obiettivo storico: modificare l’Articolo 9 della Costituzione, quello che rinuncia formalmente alla guerra e che è stato interpretato come un divieto per il Giappone di mantenere forze armate per finalità diverse dall’autodifesa. Il Giappone possiede infatti un esercito, ma teoricamente vincolato ai limiti imposti dall’Articolo 9.

Le proteste sono cresciute ulteriormente ad aprile, quando il governo ha abolito le restrizioni storiche all’esportazione di armi letali, sostenendo che la misura avrebbe rafforzato la sicurezza del Giappone e dei suoi alleati. Gli organizzatori parlano di oltre 50 mila manifestanti scesi in piazza in più di 200 città e centri abitati.

Lo scorso fine settimana, in occasione della festa nazionale per l’anniversario della Costituzione, le manifestazioni hanno superato quota 90 mila partecipanti. A Tokyo più di 50 mila persone si sono radunate in un parco cittadino per protestare contro la politica militare della premier.

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Cosa chiedono i manifestanti?

I manifestanti chiedono che il Giappone mantenga la propria identità pacifista e preservi la Costituzione. Molti invocano anche le dimissioni di Takaichi. Secondo i contestatori, qualsiasi modifica costituzionale rischierebbe di riportare il Paese verso una nuova militarizzazione, compromettendo l’immagine costruita dopo la Seconda guerra mondiale di potenza economica non aggressiva e rispettosa delle regole internazionali. Temono inoltre che la linea della premier possa trascinare il Giappone in nuovi conflitti, aumentare le tensioni con la Cina e contribuire alla più ampia tendenza globale verso il riarmo.

Anche la guerra in Medio Oriente pesa sul malcontento, alimentando l’aumento dei prezzi. I manifestanti sostengono che queste pressioni economiche si sommano ai danni provocati dal forte calo del turismo cinese verso il Giappone, interpretato come una risposta alla posizione di Takaichi secondo cui Tokyo potrebbe contribuire alla difesa di Taiwan in caso di invasione cinese.

Perché queste proteste sono diverse dal passato?

Le proteste di massa sono rare in Giappone, dove esiste una forte avversione culturale verso il disordine pubblico. Per questo la crescita dell’attivismo — accompagnata dallo slogan “La Costituzione pacifista è il tesoro del Giappone” — rappresenta un elemento significativo.

A colpire è anche l’ampiezza generazionale del movimento. Non partecipano soltanto gli anziani che conservano la memoria della Seconda guerra mondiale e delle bombe atomiche. Alle manifestazioni prendono parte anche molti giovani tra i venti e i trent’anni, mobilitati dai conflitti in corso nel mondo e dalla sensazione di avere il futuro maggiormente in gioco.

In alcune piazze gli organizzatori hanno invitato i partecipanti a portare bastoncini luminosi, ispirandosi alle recenti proteste in Corea del Sud. Le immagini diffuse sui social hanno contribuito ad attirare manifestanti alla loro prima esperienza politica e un pubblico più giovane.

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Quale impatto hanno avuto le proteste?

Per ora l’impatto politico resta limitato. Takaichi continua a mantenere un alto livello di consenso e le proteste non sembrano aver inciso significativamente sui suoi indici di gradimento. Le manifestazioni hanno però evidenziato profonde divisioni all’interno della società giapponese. I sondaggi mostrano infatti, allo stesso tempo, un forte sostegno all’idea di rafforzare le capacità militari del Paese e una consistente opposizione a questa prospettiva.

Anche il margine d’azione della premier resta comunque limitato. Qualsiasi modifica della Costituzione richiederebbe una maggioranza di due terzi in entrambe le camere del Parlamento e successivamente una maggioranza semplice in un referendum nazionale. Il partito di Takaichi non dispone dei numeri necessari nella Camera alta e dovrebbe quindi convincere altri alleati per portare la riforma fino al voto popolare.

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